Il Tirreno

Pisa

mattina di follia al cep 

«Iacono a processo per tentato omicidio», lo sparatore vuole un giudizio rapido

Pietro Barghigiani
«Iacono a processo per tentato omicidio», lo sparatore vuole un giudizio rapido

La richiesta della Procura a carico del giovane che il 9 febbraio fece fuoco contro quattro avventori di un bar

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PISA. L’accusa resta quella di tentato omicidio plurimo. E lui, Patrizio Giovanni Iacono, lo sparatore del Cep, l’affronterà con un processo rapido, un rito abbreviato che sarà formalizzato nel corso dell’udienza davanti al gip Donato D’Auria.. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per il 22enne che la mattina del 9 febbraio 2018 iniziò a colpi di pistola una giornata di terrore nel quartiere popolare dove abita con mamma e fratello minore sparando contro quattro persone sedute ai tavolini fuori dalla Caffetteria Tirreno. La sera l’arresto, in un giardino nel pressi dell’abitazione, pose fine a una caccia all’uomo che aveva scosso la città. Il sostituto procuratore Fabio Pelosi non ha modificato il capo di imputazione per il giovane che al nostro giornale scrisse di aver sì sparato, ma solo per ferire e non per uccidere. L’imputato, assistito dall’avvocato Giuseppe Carvelli, è in carcere dalla sera del 9 febbraio. Con il difensore ha concordato una scelta processuale che è quella di definire in tempi brevi il giudizio. Un rito abbreviato (sconto di pena di un terzo e possibilità di fare appello) che sarà ufficializzato in occasione dell’udienza in cui i quattro feriti dai colpi di pistola potranno costituirsi parte civile.

È una diversa interpretazione dei fatti la divergenza sostanziale tra accusa e difesa. Che Iacono abbia sparato contro i quattro amici al bar non è discussione. La discriminante è se voleva uccidere o ferire i suoi bersagli umani. La tesi di Iacono, sostenuta dai difensori (oltre a Carvelli anche Elias Vacca) è che gli spari non avevano l’obiettivo di colpire per ammazzare.

In una lettera al Tirreno aveva ammesso lo sbaglio per quell’azione esagerata, ma al tempo stesso con fermezza rifiutava di scusarsi e dirsi pentito. «Non volevo ucciderli, ma solo ferirli» scrisse al nostro giornale fornendo un movente e assumendosi la responsabilità di un assalto in mezzo alla strada a colpi di pistola, un’arma modificata. Altre, vere, ne trovarono gli investigatori dei carabinieri e della polizia in un casottino nella disponibilità di Iacono. «Ho dichiarato di non aver sparato ad altezza d’uomo» fu la difesa del 22enne. I quattro furono raggiunti a gambe e braccia da proiettili di piccolo calibro. In un caso la pallottola venne fermata dalla fibbia della cintura. Medicati al pronto soccorso, furono dimessi in giornata con una prognosi inferiore ai 40 giorni. «Quello che ho fatto non l’ho fatto, come dicono, per un banale richiamo (era accusato di passare con la moto da cross facendo rumore, ndr) le cose non stanno così, avevo le mie ragioni – scrisse Iacono al Tirreno –. Queste sono le mie vere parole, ho avuto le mie ragioni per sparare anche se so di aver sbagliato, non ho chiesto e non chiederò scusa alle quattro persone, non sono pentito di niente. Pentito non fa parte del mio vocabolario. Le persone dovrebbero prendersela con quei prepotenti che mi hanno aggredito in gruppo». Sono passati più di undici mesi dall’arresto del giovane che il giorno dell’assalto agli avventori del bar era in detenzione domiciliare per scontare una pena per rapina inflitta quando era minorenne nella sua città di origine, Alghero. Il processo sarà anche l’occasione per capire se, nel frattempo, ha avuto modo di riflettere su quel gesto. E riuscire a dire quella parola che un anno fa non era nel suo vocabolario, pentimento.

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