Gioco
«Atleti discriminati» avvocato pisano guida la crociata contro la Federazione
I paralimpici senza protesi costretti a gareggiare insieme ai “protesizzati”. Gianfaldoni punto di riferimento
pisa. «Pare incredibile, ma lo stallo regolamentare creato a livello internazionale nell'atletica paralimpica non solo è paradossale, ma soprattutto è discriminatorio». Si riassume così l'ultimo capitolo (in ordine temporale) della battaglia per l'integrazione che da sempre caratterizza lo sport per persone con disabilità in Italia e nel mondo. Un lungo cammino che passa anche da Pisa, dove ha lo studio l'avvocato Stefano Gianfaldoni, che assiste in prima linea Emanuele Di Marino, l'alfiere di questa sfida. Di Marino è un atleta paralimpico nato con una malformazione congenita che prende il nome di “piede torto”, vincitore di due medaglie ai Mondiali di Londra 2017, il primo atleta senza protesi che negli ultimi otto anni è salito su un podio mondiale. Di Marino si è reso portavoce di questa battaglia contro la discriminazione messa in atto dalla Federazione a livello internazionale, volta ad evitare che gli atleti senza protesi siano discriminati alle prossime Paralimpiadi.
«Recenti scoperte indicano che l'uso di dispositivi protesici può fornire un vantaggio in termini di prestazioni». È quanto si legge nel nuovo regolamento 2018-2019 dei Giochi paralimpici della World Para Athletics, che ha così riconosciuto una nuova categoria per gli atleti con disabilità al di sotto del ginocchio ma che non utilizzano protesi. Una regola scritta, che tuttavia non trova corrispondenza nella realtà. Gli atleti paralimpici privi di protesi, infatti, continueranno a gareggiare insieme ai protesizzati. «La Federazione internazionale non attua ciò che ha lei stesso riconosciuto. Nel momento in cui riconosci un vantaggio di prestazione per gli atleti dotati di protesi, ed è la prima volta nella storia dell'atletica, non puoi permettere – afferma Di Marino – che si gareggi insieme. Tanti atleti come me stanno pensando di smettere, perché anche le qualificazioni diventano irraggiungibili per la mia categoria».
Per quanto si tratti di una questione tecnica, il caso è rilevante e non a caso nel maggio scorso è arrivato persino sui tavoli del Parlamento Europeo. L'europarlamentare Isabella Adinolfi, infatti, è la firmataria di un'interrogazione dove si chiede alla Commissione se, in quanto sostenitrice dei Giochi paralimpici e supportando anche finanziariamente l'European Paralympic Committee, non ritenga di dover agire nei confronti degli organismi per sanare la discriminazione. Tra gli elementi presentati dall'europarlamentare Adinolfi a sostegno della tesi discriminatoria, vengono citati anche gli articoli 21 e 26 della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue: “L'Unione riconosce e rispetta il diritto delle persone con disabilità di beneficiare di misure intese a garantirne l'autonomia, l'inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità».
La risposta di Tibor Navracsics, a nome della Commissione europea, è arrivata solo a luglio: «I cittadini che si ritengano lesi dalle regole sportive oggetto dell'interrogazione hanno il diritto di presentare ricorso giurisdizionale o amministrativo a livello nazionale, al fine di ottenere riparazione». Così probabilmente sarà: Di Marino si è rivolto da tempo all'Associazione Italiana Avvocati dello Sport. Stefano Gianfaldoni - avvocato esperto di diritto dello sport e docente di diritto e programmazione dell'attività sportiva all'Università di Pisa - è coordinatore per la Toscana dell'Associazione e da mesi sta seguendo la vicenda, divenuta ora una corsa contro il tempo. «Da tempo siamo attivi – spiega Gianfaldoni – prima su base nazionale, avendo interpellato la federazione di riferimento e il Comitato Paralimpico, poi su scala internazionale. Ebbene, a fronte del ricoscimento della fondatezza della questione da parte della Federazione italiana, la risposta su scala internazione è giunta solo a distanza di mesi e ciò è inaccettabile. Questi mesi potrebbero essere importanti, speriamo non determinanti. C'è l'occasione per alcuni atleti di arrivare al massimo agonistico su scala mondiale, sviliti da una decisione unilaterale, probabilmente presa alla leggera».
D'accordo con Gianfaldoni, Di Marino ha unito le forze con altri atleti paralimpici da Brasile, Sudafrica e Germania, portando avanti in questi mesi un lavoro (non solo) diplomatico per cercare di sbloccare l'impasse.
«È ormai pacifico – prosegue Gianfaldoni – e non è solo letteratura scientifica, che le protesi arrechino un vantaggio funzionale nell'esercizio del gesto atletico. Il risultato dell'accorpamento è una discriminazione in partenza, una scelta unilaterale che in prospettiva creerà svantaggi verso gli atleti che hanno disfunzionalità simili a quella di Di Marino». —
Antonio Scuglia
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