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«La pistola puntata in faccia poi gli spari del bandito»
In Tribunale aula la moglie rievoca l’assalto concluso con un rapinatore morto «Mio marito gli disse: sono armato anch’io, andate via e non succede niente»
PISA. «Appena è entrato mi ha puntato la pistola davanti agli occhi. Era a volto scoperto. L’ho riconosciuto perché il giorno prima era venuto per vedere alcuni gioielli. Lui e il complice hanno iniziato ad agitarsi e mio marito, che era in una stanza accanto, ha sentito tutto e si è affacciato. Ha detto ai due: “Sono armato anch’io, andate via e non succede niente”. La risposta del bandito sono stati due colpi di pistola».
Giuliana Malucchi racconta in aula come fosse accaduta ieri la rapina nella gioielleria di famiglia di via Battelli dove la sera del 13 giugno 2017 un bandito, Simone Bernardi, venne ucciso da Daniele Ferretti, corso a difendere la moglie in balìa di due rapinatori, di cui uno armato.
L’occasione è il processo a carico di Daniele Masi, 40 anni, di Pomezia, assistito dall’avvocato Vincenzo Dresda, a giudizio per tentato omicidio, rapinata aggravata, ricettazione e porto abusivo di arma da sparo. Non ha scelto l’abbreviato come Marco Carciati di Pisa e Gabriele Kiflè di Aprilia, lo sparatore, condannati per gli stessi reati a luglio a 9 anni e 4 mesi. Sostiene di non aver partecipato alla rapina e nelle loro testimonianze Carciati e Kiflè confermano la sua tesi. Era salito a Pisa per un colpo in banca, quello sì, ma quando l’obiettivo fu spostato sulla gioielleria Masi disse di no. È la sua difesa che ora viene argomentata in dibattimento. Il difensore ha chiesto di acquisire nel processo le immagini della videosorveglianza in cui al circolo ai Passi si vedono i rapinatori prima e dopo il colpo. Nel secondo filmato non compare Bernardi, morto nel negozio.
In aula c’era anche Daniele Ferretti, la cui posizione da indagato per omicidio volontario è stata archiviata. Un passaggio scontato, ma necessario. Davanti al terzo collegio del Tribunale (presidente Dani, a latere Iadaresta e Grieco) e al pm Fabio Pelosi, la signora Malucchi ha ricordato il contesto professionale segnato da un’esasperazione per gli assalti subìti negli anni.
«Nel 1999 mio marito fu rapinato e ferito con oltre 40 coltellate – ha esordito la moglie di Ferretti –. Nel gennaio 2016 altra rapina a mano armata. E poi almeno altri tre furti con destrezza». Episodi che sono serviti a chiarire lo stato d’animo dei commercianti nel contesto poi sfociato nella rapina finita nel sangue.
Malucchi ha ricordato in sintesi prologo e tragico epilogo di quel 13 giugno 2017.
«Il giorno prima era venuto un signore a cui aveva fatto vedere alcuni gioielli – è il suo racconto –. Lui mi disse che non aveva con sé la carta di credito e che sarebbe tornato il giorno dopo. Il 13 si presentò verso le sette di sera. Lo riconobbi. Appena entrò mi puntò la pistola chiedendo dei gioielli. A quel punto mio marito che stava facendo un lavoro nell’altra stanza si affacciò e disse ai due rapinatori che era armato e che se fossero andati via non sarebbe successo niente. Quello con la pistola sparò due colpi. Io mi feci da parte, mi nascosi. Mio marito rispose con tre colpi». Due centrarono Simone Bernardi, rimasto sulla porta, che cadde a terra. Kiflè scappò. Alla domanda del pm se avesse mai visto l’imputato Masi, in carcere dal giugno 2017, la signora ha risposto: «Non mi sembra». Prossima udienza il 16 gennaio con gli investigatori dei carabinieri come testi e anche Carciati e Kiflè che hanno sempre ribadito l’assenza di Masi sul luogo della rapina. —
Pietro Barghigiani
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