Il Tirreno

Pisa

Violenza sulle donne, un codice rosso per abbreviare i processi

di Cristiano Marcacci - fotoservizio Fabio Muzzi
Violenza sulle donne, un codice rosso per abbreviare i processi

La proposta della senatrice ed ex ministra Bernini alla Giornata contro la violenza sulle donne

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PISA. Ad incorniciare al meglio la mattinata è stata la commozione che la vice commissario della squadra mobile della questura di Pisa, Sandra Orsini, non è riuscita a trattenere al termine del filmato della Polizia di Stato proiettato in Sala delle Baleari. Vi si ascolta l’audio di diverse richieste d’intervento di donne maltrattate, picchiate e in pericolo e si assiste all’intervista a una donna che ce l’ha fatta, che si è liberata dell’orco e che ha deciso di metterci la faccia indicando ad altre che potrebbero trovarsi nella sua stessa situazione quali sono i giusti sostegni a cui aggrapparsi.

Molto spesso abbiamo vinto insieme alle vittime.

 

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È il grazie di queste ultime a rappresentare la nostra spinta quotidiana», ha detto Orsini con gli occhi inumiditi dalle lacrime e la voce rotta dall’emozione. La Polizia di Stato (rappresentata dal questore Paolo Rossi e dalla dirigente della squadra mobile Rita Sverdigliozzi), con il suo bagaglio di competenze ed esperienze nel campo della difesa dagli abusi, è stata giustamente al centro della Giornata contro la violenza sulle donne organizzata a Palazzo Gambacorti a Pisa dalla vice sindaca e assessora alle pari opportunità Raffaella Bonsangue, il cui invito è stato accettato dalla capogruppo di Forza Italia al Senato (ed ex ministro alle Politiche Europee del quarto governo Berlusconi) Anna Maria Bernini.

 

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Il codice rosso

 

«È dalla formazione dei nostri figli – ha detto la senatrice azzurra – che nascono gli uomini che sanno stare al fianco delle loro donne o gli orchi che ne annientano la vita. Queste figure, però, nella maggior parte dei casi, sono per fortuna trattabili e reversibili. Ecco perché il nostro Paese deve aiutare la polizia ad aiutare più velocemente. I dieci mesi che di media passano prima di chiudere un’indagine preliminare di stalking sono indubbiamente troppi. Alla Lega lo ricordiamo quasi tutti i giorni: ormai non basta più il solo codice rosa, ne occorre uno rosso che consenta di abbreviare tutti i percorsi processuali quando si ha a che fare con un caso di violenza sulle donne. Inoltre, è vergognosamente eccessiva la burocrazia che blocca gli stanziamenti in favore dei centri anti-violenza, attualmente sottofinanziati».

 

La parola femminicidi

 

Un appello arriva anche dalla professoressa Liliana Dell’Osso, direttrice della clinica psichiatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana. Lei vorrebbe non sentir parlare più di femminicidi. «Chiamare così la soppressione fisica di una donna – ha affermato Dell’Osso – significa utilizzare il genere della vittima come movente. E questo non è giusto, perché nella stragrande maggioranza dei casi è determinante la componente psico-patologica dell’autore di simili comportamenti».
Come Mattia Di Teodoro, che nel maggio del 2016 a Firenze uccise con una cinquantina di coltellate l’ex moglie Michela Noli, dopo averle dato un appuntamento per restituirle una valigia con dentro degli effetti personali. Michela era una dipendente di Toscana Aeroporti e la sua storia è stata ricordata dall’amministratore delegato della spa Gina Giani, ancora toccata da quel dramma.
Bisogna ora recuperare il vero senso dell’amore. Ne esiste di un tipo solo. Quello malato è infatti un ossimoro. Se è davvero amore, allora non comprende alcunché di malato. Ha ragione il bravissimo attore Renato Raimo, che ha chiuso l’evento in municipio con alcune letture sul valore della frase più pronunciata a sproposito nel mondo: “Ti amo”.

 

 Lo striscione

 

 

“Uno striscione che dice no alla violenza sulle donne sulla facciata del palazzo comunale dove siede una giunta sessista e violenta con un assessore responsabile di stalking e un sindaco che vuole creare case rifugio per uomini maltrattanti. Ci sarebbe da ridere, se non facesse piangere...”. Questo il post, corredato dalla foto dello striscione che ha accompagnato l’organizzazione della Giornata contro la violenza sulle donne nella Sala delle Baleari, che è apparso sul profilo Facebook della Casa della Donna, che da tempo chiede le dimissioni dell’assessore alla cultura Andrea Buscemi, in passato al centro di vicende giudiziarie che lo hanno visto imputato di stalking. Tra i commenti spicca quello dell’ex assessora all’istruzione Marilù Chiofalo: “Quando si dice un’affermazione di facciata. Ci sarebbe poi da spiegare perché hanno dovuto farne fare uno nuovo (di striscioni, ndr) dal momento che un banner della campagna NondaSola, anche con i loghi di tutte le associazioni, in Comune c’è già”. A Chiofalo si associano numerosi altri “amici” della Casa della Donna. Il termine “ipocrisia” è quello che più ricorre nei commenti. Mentre sempre sui social si registra una valanga di commenti entusiastici per la colorazione di arancione della Torre, scattata puntualmente alle 19 sulla base delle indicazioni delle Nazioni Unite, la cui scelta dell’arancione è per sensibilizzare il mondo contro la violenza alle donne, definita dall’Onu “la più devastante delle violazioni dei diritti dell'uomo”.

 

 La giurisprudenza

 

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Si è parlato di legittima difesa anche a Pisa. Nel modo giusto, con la parola affidata a degli esperti. Finalmente, verrebbe da dire. Ce n’era bisogno, sia perché siamo alla vigilia di una riforma sia perché siamo in una provincia dove il fronte della criminalità sembra avanzare e dove solamente pochi giorni fa un ventisettenne è stato freddato a colpi di pistola da un killer fortunatamente rintracciato e arrestato dopo sole 48 ore.
Il convegno organizzato venerdì pomeriggio al Tower Plaza dalla neurologa e criminologa Giovanna Bellini, a cui hanno assistito numerosi avvocati e semplici cittadini, ha fatto chiarezza, in particolare rispetto ai parametri entro cui occorre stare, primo fra tutti quello della proporzionalità tra l’offesa e la difesa. Poi, ne vengono altri: la violazione di domicilio, l’incolumità della persona messa a rischio, il possesso di un porto d’armi, l’assenza di desistenza da parte di chi offende, una reale insorgenza del pericolo e il fatto che la reazione debba essere contestuale e non successiva. In questo ambito, l’avvocato Concetta Gugliotta è stata di una comprensibilità esemplare. Anche perché un caso da lei seguito è destinato a fare, come si dice in gergo, giurisprudenza.

 

 

 

 Il caso Erjola

 

 

Si tratta della morte, avvenuta nel dicembre 2011, di Enrid Ramaliu, ucciso nel corso di una lite dal cognato Lulzim Balla, muratore residente a Vicopisano. Quest’ultimo viveva da due mesi lontano dalla moglie, Erjola, una ragazza albanese come lui che faceva la parrucchiera e che dall'ottobre 2011 si era trasferita con la bambina a casa del fratello Erind, nella vecchia via Emilia, il proseguimento di via Cattaneo. Imputato e moglie si incontrarono per discutere dell'assegno di mantenimento che alla donna non bastava. Secondo Lulzim, il cognato, intervenuto nella discussione tra gli ex coniugi, con una livella da carpentiere lo avrebbe colpito più volte. Il muratore a quel punto avrebbe preso dalla sua macchina un coltello per colpire il cognato, al collo e al torace.
In un primo momento il muratore venne imputato per omicidio doloso, ma poi in primo grado, con rito abbreviato, venne condannato a 1 un anno e 8 mesi per eccesso colposo di legittima difesa. Un’accusa e una pena riviste e aggravate in sede di secondo grado, con una sentenza di 4 anni e mezzo per omicidio preterintenzionale inflitta dalla Corte d’Assise d’Appello di Firenze.

 

Lo speciale de Il Tirreno: violenza sulle donne, tutti gli articoli

 


Ma le motivazioni dei giudici di appello sono state in seguito giudicate carenti dalla Cassazione, che lo scorso aprile ha disposto un nuovo giudizio, rinviando nuovamente alla Corte d’Appello. «È stato un grande risultato – ha sottolineato l’avvocato Gugliotta – poiché il caso ha tutti i requisiti della legittima difesa. Balla reagì a un'aggressione violenta da parte di quella che fu poi la vittima dello scontro, tant’è che prima di prendere dall’auto il coltello per poi usarlo contro il collo e il torace del cognato, quest’ultimo lo colpì più volte con una livella da muratore».

 

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