Gioco
Scarcerato il presunto aguzzino «Mancano i gravi indizi di colpevolezza»
La decisione del giudice nell’udienza di convalida. L’avvocato: «La realtà dei fatti diversa da come è stata rappresentata»
PISA
Scarcerato per assenza di gravi indizi di colpevolezza. È un fronte che si ribalta quello che vede protagonista il macedone di 54 anni arrestato dalla polizia con l’accusa di sequestro di persona e violenza sessuale ai danni di una 29enne. Una storia da brividi con l’uomo nel ruolo di aguzzino e la badante moldava in quello di vittima delle peggiori angherie.
Il gip Pietro Murano ha sì convalidato il fermo per il pericolo di fuga eseguito dagli agenti entrati nell’appartamento del “casone” di via Puglia dopo la richiesta di aiuto della donna attraverso un amico, ma entrando nel merito delle contestazioni non ha ravvisato elementi tali da giustificare l’arresto. Raimov Mefail, difeso dall’avvocato Rossella Gagliardi, è tornato in libertà senza alcun obbligo. Nessuna misura cautelare, neanche le più blande come la firma settimanale in caserma o il divieto di dimora a Pisa, è stata disposta nei suoi confronti.
L’avvocato Gagliardi nel corso dell’udienza di convalida ha messo in fila una serie di circostanze considerate credibili dal giudice e tradotte poi nell’ordine di scarcerazione.
«Le cose non stanno come sono state riportate – spiega il legale –. Il mio cliente è stato liberato e non ha alcun obbligo, né misura cautelare. Il gip ha convalidato il fermo, ma ha ritenuto che non ci fossero i gravi indizi di colpevolezza e, quindi, ha ordinato la scarcerazione. Per quello che sta emergendo la ricostruzione prospettata è totalmente diversa dalla realtà dei fatti». Mefail è uscito dal Don Bosco e difficilmente tornerà nell’appartamento occupato in modo abusivo in via Puglia. Quell’alloggio che all’inizio avrebbe dovuto essere una prigione e che ora sfuma in un ambiente di sicura marginalità sociale, ma privo di reati. La 29enne moldava ha seri problemi di salute. E il suo racconto per il giudice ha mostrato una serie di falle a cui, invece, il macedone ha saputo dare una risposte. Lei lo accusa di averla segregata e drogata per poi essere abusata sessualmente. Un calvario, nel quale non sarebbero state estranee anche le botte, durato una quindicina di giorni.
Finché sabato sera, in un ultimo e disperato tentativo di sottrarsi al giogo del macedone, è riuscita a inviare una foto del suo volto tumefatto sul numero dell’ex compagno, via WhatsApp. E lui chiama la polizia. Inizia la caccia al luogo di quella che avrebbe dovuto essere una detenzione. Lo trovano. E si imbattono nella giovane, avvilita nel corpo e disconnessa a livello di testa. Le titubanze iniziali con i poliziotti evaporano poco alla volta. Fino alla raffica di accuse contro il macedone. Che non hanno retto all’udienza di convalida. —
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