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Mamma condannata a 3 mesi per essersi procurata l’aborto

Pietro Barghigiani
Mamma condannata a 3 mesi per essersi procurata l’aborto

Il feto trovato in un sacco dell’immondizia era arrivato alla ventiquattresima settimana La donna alla polizia: non potevo permettermi il terzo figlio

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VECCHIANO. Tre mesi con la condizionale. È la pena inflitta con rito abbreviato a una marocchina di 23 anni accusata di procurato aborto. La sentenza è stata pronunciata ieri mattina dal gup Donato D’Auria (pm Sisto Restuccia). In origine l’imputata doveva rispondere di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere. Poi la consulenza disposta dal giudice aveva offerto una rappresentazione medico-scientifica plausibile con la tesi della difesa - avvocati Antonella Antonelli e Tommaso Azzaro – sul reato poi contestato dalla Procura e riconosciuto nel verdetto.

Quel feto appena partorito, passò dal water al sacco nero dell’immondizia. Le ricerche su Google su come abortire e la presenza nella casa della donna di un farmaco usato per provocare la morte del feto, sono stati elementi a sostegno della difesa. Il feto era arrivato intorno alla 24a settimana. Quando fu partorito respirò per qualche secondo, ma le condizioni erano talmente debilitate che morì subito dopo. Era l’11 agosto 2016 in un appartamento di Migliarino. Il compagno della donna, che nel frattempo è tornata single, alla polizia disse di non essere stato a conoscenza della gravidanza.

«Non potevo mantenere un terzo figlio» disse la giovane agli investigatori quando le chiesero conto di quello che aveva fatto. Il terzo figlio, non previsto, avrebbe aggravato una condizione economica già precaria. Una gravidanza non voluta e quindi, secondo la giovane donna, un problema da risolvere. Senza dire niente a nessuno. La posizione del compagno è stata archiviata quasi subito. È rimasta lei, un’immigrata che non si è mai rivolta a un ginecologo vivendo la sua maternità in silenzio, nascondendo anche al convivente quello che teneva nel grembo di quella corporatura esile e minuta.

«Pensavo di essere al quarto mese» si giustificò con gli inquirenti quando venne salvata al Santa Chiara da un’emorragia che ne aveva messo a rischio la vita. In realtà il feto aveva raggiunto i 6 mesi. Non aveva tenuto bene i conti del ciclo mestruale, la 23enne le cui ricerche su Internet su metodi e farmaci per abortire sono state acquisite dalla squadra mobile. Quel bimbo non doveva nascere. Il rimedio fu trovato in una notte d’agosto. I farmaci ingeriti fecero effetto e il travaglio fu talmente violento che il neonato venne al mondo provocando un’emorragia con una perdita di sangue da far impallidire anche i soccorritori inviati dal 118. Dopo aver strappato il cordone ombelicale, la mamma ripose il feto in uno straccio e poi in un cassonetto sul terrazzo. Ieri la sentenza nei confronti della 23enne, non una moderna Medea, ma una giovane che per un’indigenza disperata non voleva diventare madre per la terza volta. —

 

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