Il Tirreno

Pisa

Violentata e rinchiusa nella casa occupata con i vicini che hanno fatto finta di nulla

Stefano Taglione
Violentata e rinchiusa nella casa occupata con i vicini che hanno fatto finta di nulla

Dalla liberazione della badante di 29 anni emerge uno spaccato inquietante del quartiere di Pisanova, dove c’è il “Casone”

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PISA. Qualcuno, nel “Casone” di via Puglia, poteva fare qualcosa. Eppure non l’ha fatto. La liberazione della badante di 29 anni – tenuta segregata, violentata, drogata e pestata nell’alloggio popolare accanto all’Esselunga di Pisanova – ha messo in luce lo spaccato di degrado di quella parte di quartiere a ridosso dell’ospedale, dove nessuno ha mai chiamato le forze dell’ordine per segnalare le urla della donna, ostaggio di un macedone di 54 anni, con precedenti per reati contro il patrimonio.

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Nessuno si è fatto vivo con polizia e carabinieri. Ed è un caso che la giovane non sia morta di stenti, visto che in due settimane era diventata «catatonica», sostengono gli investigatori. La sua sopravvivenza, oltre che agli agenti, la si deve all’ex compagno di 60 anni che ricevendo la foto del suo occhio nero su Whatsapp, ha subito chiamato il 113. L’uomo vive in provincia di Pisa e agli uomini della Squadra mobile, guidata dalla dottoressa Rita Sverdigliozzi, ha sostenuto di essere solo un amico. Un amico a cui comunque deve la vita.

Quando i poliziotti sono entrati nell’appartamento preda del degrado e della sporcizia, dei vicini non c’era traccia. La polizia di Stato – durante la conferenza stampa convocata in questura – non ne ha fatto mistero. Emerge un velo di omertà su una situazione gravissima che poteva essere tranquillamente evitata, semplicemente avvertendo le forze dell’ordine. Del resto, appena la vittima e il suo carnefice in taxi avevano raggiunto via Puglia, lui l’aveva minacciata con un coltello, obbligandola a salire. Lei aveva provato anche a divincolarsi nella macchina, ma l’uomo è riuscito a convincere il tassista che l’ex badante fosse solo pazza, evidentemente riuscendo nel suo intento. Poi la donna ha urlato in strada. Invano. Perché nessuno si è affacciato alle finestre. Così è stata rinchiusa in casa per due settimane, costretta a fumare hashish (lei non aveva mai fumato nemmeno sigarette), bere alcol e subìre rapporti sessuali senza sosta. Il cibo, l’unico barlume di umanità in una vicenda che è del tutto disumana, solo una volta al giorno. La sera. Un piatto di pasta in bianco. Poi violenza, solo violenza.

Il carnefice – arrestato e rinchiuso nel carcere Don Bosco per sequestro di persona e violenza sessuale – divideva l’appartamento con un cittadino marocchino, che è stato denunciato a piede libero solo per sequestro di persona. A lui, la polizia di Stato, non ha messo le manette perché è mancata la flagranza di reato. «Dove vai, torna subito in camera», le dicevano i due quando lei tentava di ribellarsi. Un tentativo sempre più flebile giorno dopo giorno, visto che droga, alcol e angherie la stavano uccidendo. Mentre i vicini – come ha evidenziato la polizia – non facevano niente. Difficile che non sentissero le grida. Così, per liberare la badante, c’è voluto un disperato messaggio inviato su Whatsapp.

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