Sicurezza
Cellulare nascosto tra i libri in carcere
Un micro telefonino era stato occultato in un fazzoletto Nel polo universitario trovate anche delle Sim card
PISA
Nascosto dietro una libreria. Nella sala dei computer in parte in disuso, quel piccolo aggeggio era stato avvolto in un fazzoletto di carta e infilato tra i libri e la parete.
Un luogo rimasto segreto fino a quando non è stato scoperto dal personale della penitenziaria. Sì, perché il ritrovamento di un micro cellulare di per sé non sarebbe una notizia.
Lo diventa quando l’apparecchio appare all’interno di un carcere. Lo hanno trovato e sequestrato al Don Bosco nel reparto dedicato al polo universitario.
Non è un rinvenimento recentissimo. E il caso è già stato segnalato alla Procura con un’informativa che ricostruisce contesto e ipotesi di una presenza che più che anomala è proibita. I contatti con l’esterno sono vietati e le comunicazioni disciplinate dall’ordinamento penitenziario. Insomma, un detenuto non può disporre di un cellulare e l’introduzione in carcere di uno strumento del genere significa commettere un reato.
Nell’ambiente in cui è stato scoperto il micro cellulare - acquistabile su Amazon a una trentina di euro - hanno accesso i detenuti che lavorano e studiano.
Si tratta di una sezione a regime aperto. Il mini telefonino era senza Sim oltre che scarico. Tuttavia, il suo ritrovamento era stato anticipato nei giorni precedenti dalla presenza nelle stanze di alcune Sim card.
Un rinvenimento occasionale che ha saputo trasformarsi in un segnale capace alla fine di portare alla fonte gli agenti della penitenziaria decisi a risalire all’origine di quelle minuscole card. Di solito vengono intestate a stranieri irreperibili, la cui ricerca diventa inutile quando si parte da un’identità senza arrivare alla persona fisica.
Per quanto tempo e da chi è stato l’apparecchio usato resta un mistero.
Così come diventa un rompicapo capire chi lo ha fatto entrare nell’istituto di pena.
Di sicuro l’introduzione nelle carceri dei micro cellulari non è una novità assoluta. Nei giorni scorsi nel carcere di Secondigliano ne hanno sequestrati cinque.
Delle dimensioni di un accendino, una lunghezza di 6 cm, il micro cellulare è composto da tanta plastica e pochissimo materiale ferroso in modo da superare con estrema facilità il controllo del metal detector. Leggerissimo, piatto e con le funzioni essenziali. Una tastiera numerica, il tasto di accensione e spegnimento e uno schermo da pochi centimetri. L’ideale per comunicare senza apparire. È praticamente invisibile.
L’esperienza dei pezzi sequestrati nei giorni scorsi tra Napoli e Trapani insegna che il modo per farli entrare in carcere è ingegnoso.
Chi esce in permesso o in semilibertà si fa “scavare” la suola della scarpa, spesso un paio di sneaker, giusto per lo spazio necessario ad occultare all’interno un telefonino. La suola incisa viene incollata di nuovo sul cellulare così da risultare intatta. All’esame dei metal detector non suona e così il gioco è fatto. Essendo piccolissimo può anche sfuggire ai controlli serrati degli agenti. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
