Fulgencio, svanita anche la speranza di un appello di papa Francesco
I familiari in piazza San Pietro non hanno potuto neanche esporre i cartelli per chiedere la liberazione dell’ingegnere
pisa
La speranza di ascoltare un appello che avrebbe potuto segnare una svolta nel giallo del presunto rapimento di Fulgencio Obiang Esono è svanita quando Papa Francesco ha augurato buon pranzo ai tanti fedeli che ieri hanno affollato piazza San Pietro in occasione dell’Angelus domenicale. Tra questi anche una delegazione pisana composta da una decina di persone tra familiari dell’ingegnere 48enne originario della Guinea Equatoriale, da trent’anni residente a Pisa, scomparso lo scorso 18 settembre, e i membri del direttivo dell’Unità migranti di Pisa, associazione di promozione sociale di cui Obiang Esono è stato tra i fondatori, presidente e segretario generale dal 2012 al 2015. Una tappa, quella romana, che secondo i familiari del professionista avrebbe potuto accelerare le indagini e i tentativi diplomatici di riportare a casa il professionista, probabilmente rapito a Lomé, capitale del Togo, e rinchiuso nella prigione di Black Beach, e che invece si è rivelata deludente.
Gli striscioni preparati per cercare di attirare l’attenzione del Santo Padre sono stati fermati all’ingresso di piazza San Pietro. Inutile il tentativo di convincere la sicurezza. Gli appelli bilingue (i familiari avevano impresso sugli striscioni gli appelli in italiano e spagnolo “Libertà per Fulgencio. Per favore riportatelo a casa”, “Fulgencio subisce brutali torture in carcere, si teme per la sua vita”) sono rimasti “arrotolati” negli zaini.
«Sono un po’ delusa» commenta al termine dell’Angelus Maria Clara, sorella dell’ingegnere. «Gli striscioni servivano a dare visibilità alla nostra angoscia - prosegue -. Dopo quasi un mese dalla lettera che abbiamo inviato in Vaticano per chiedere al Papa di promuovere un appello per la liberazione di Fulgencio, siamo rimasti delusi anche dalle mancate parole del Santo Padre. I suoi appelli hanno un peso notevole, anche in Guinea Equatoriale, e per questo abbiamo cercato di coinvolgerlo. Una possibilità che però non è andata a buon fine».
Fulgencio Obiang Esono, laureato in ingegneria civile all’Università di Pisa, sarebbe stato rapito poco dopo il suo arrivo a Lomé, dove sarebbe dovuto rimanere pochi giorni per discutere un’offerta di lavoro, insieme a Francisco Micha Obama, equatoguineano residente in Spagna e militante della Coalicion Cored, alleanza politica che riunisce oltre venti partiti in esilio che si oppongono al regime di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo che guida il Paese africano dal 1979.
Dalla città togolese i due sarebbero stati trasferiti a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale, e rinchiusi nel carcere di Black Beach, considerata la prigione più disumana al mondo. Da settimane sarebbero vittime di torture, malnutriti e privi di assistenza medica e legale. Un caso che dura da oltre 45 giorni, in cui potrebbe risultare decisivo il summit convocato per questa mattina alla Farnesina, dove i funzionari ministeriali aggiorneranno i familiari di Obiang Esono e l’avvocata Corrada Giammarinaro, legale della famiglia, sugli ultimi sviluppi della vicenda e, insieme, cercheranno di studiare nuove strategie per riportare a Pisa l’ingegnere. L’obiettivo è coinvolgere anche la Spagna (Micha Obama è un cittadino spagnolo) che, a differenza dell’Italia, ha una propria ambasciata in Guinea Equatoriale. «Vogliamo sentire dire che l’Italia sta facendo e farà il possibile per compiere il miracolo di riportare Fulgencio a casa», conclude Maria Clara. —
DANILO RENZULLO
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