Gioco
«Io orfano per colpa di un incendio che ha portato via mio padre e il fratello»
Vitaliano Del Moro: «Amo, rispetto e conosco il Monte ma non potrei mai andare a spegnere le fiamme»
VICOPISANO
Il fuoco sui monti tanti anni fa - era la fine dell’estate del 1971 - si portò via suo padre, poco più che quarantenne. Vitaliano Del Moro, allora aveva 12 anni, era il più grande di tre fratelli. Oggi di anni ne ha 59 e ricorda quel giorno come se fosse ieri. Una ferita nell’anima che non conosce cure e che si rinnova ogni volta che il fuoco si porta via un pezzo di bosco sui Monti Pisani, da generazioni la casa dei Del Moro. «Questi elicotteri, gli aerei, questo fermento di uomini e mezzi sono per me un incubo, come il crepitio del fuoco che attacca gli alberi»: la sua voce è calma, lo sguardo velato di commozione. Vitaliano lascia per qualche minuto il suo lavoro vicino a casa e si siede a raccontare.
«Mio padre Doriano andò a spegnere un grosso incendio come quello di questi giorni. Era partito da Calci, da Montemagno. Poi si erano incendiati anche i boschi alle Mandrie, nella zona del Piticco. Lo chiamarono di sera. Partì per sedare il nuovo focolaio insieme a suo fratello. Facevano gli operai agricoli, conoscevano il monte come le loro tasche. Ma era buio. E la notte prima erano stati su un altro intervento». Due volontari dell’antincendio considerati molto esperti. Il fratello Gaetano scivolò in un canale, tra le rocce di un rio. Le sue richieste di aiuto furono sentite da Doriano che subito corse in soccorso del fratello. Entrambi vennero imprigionati prima dal fumo e poi travolti dal fuoco. Li portarono all’ospedale ma dopo una settimana non ce la fecero. Morì prima Doriano, l’11 settembre 1971, poi il fratello Gaetano, il giorno successivo. «Io avevo 12 anni, il tempo è passato ma non posso e non riesco a dimenticare. Poco dopo siamo rimasti anche senza mia madre Loriana, uccisa da una malattia. Quello che abbiamo ce lo siamo costruito con grandi sacrifici – dice mostrando le grandi mani segnate da anni di lavoro – abbiamo avuto un’infanzia difficile». Vitaliano, a differenza dei due fratelli (che quando morì il padre avevano 10 e 7 anni) e dei nipoti, impegnati nell’antincendio e nell’associazione che porta il nome dei “Fratelli Del Moro”, non è mai riuscito a partecipare alle operazioni per combattere il fuoco. Per lui è una sofferenza troppo grande anche se i tre fratelli, adottati da una zia materna che aveva un marito volontario, sono praticamente cresciuti in questo ambiente, indossano le tute antincendio con impegno.
«Una volta, tanti anni fa, ci ho provato. Ma per me è un incubo, non posso farlo. Ma come tutta la mia famiglia amo il monte. Noi siamo cacciatori, si vive il monte, siamo sempre nel bosco e ci piacerebbe che venisse rispettato». E quando vede i nipoti partire per andare su rogo non riesce a fare a meno di pensare a quel settembre che ha cambiato la loro vita.
«Gli incendi più grandi ci sono sempre stati alla fine dell’estate, dopo periodi lunghi di siccità. Se poi c’è il vento come in questi giorni allora sì che diventa difficile fermarli: a volte penso che il fuoco sia anche peggio dell’acqua, cancella tutto quello che trova, è tremendo. I pericoli sono sempre tanti, consiglio sempre prudenza ai miei familiari quando vanno su un’emergenza». Che cosa si può pensare davanti a più di mille ettari di bosco ridotti in cenere? «Che dobbiamo avere più cura del monte, costruire cesse parafuoco più larghe, in grado di fermare le fiamme. Pensiamo che non è solo bruciato il bosco, è stato distrutto un ecosistema, per dieci anni saremo isolati, è come un deserto. E quando comincerà a piovere sarà ancora peggio, ci saranno altri danni». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

