Italia
Sgombrare le case, l’unica soluzione per proteggere le vite
La telefonata che non avrei mai voluto ricevere è arrivata alle 10 di sera. Ero nel mezzo di una riunione nel centro di Calci, quando mi è stato comunicato che stava cominciando...
IIl racconto del Sindaco di Calci, Massimiliano Ghimenti. La telefonata che non avrei mai voluto ricevere è arrivata alle 10 di sera. Ero nel mezzo di una riunione nel centro di Calci, quando mi è stato comunicato che stava cominciando a bruciare il Monte Serra. Un timore che mi accompagna da anni, perché il fuoco fa parte della storia del nostro territorio. Lo ha segnato in tante circostanze e ogni volta che accade il pensiero va alle persone che abitano nelle tante case sparse sui versanti. Quello che rappresenta un elemento caratteristico, diventa un grosso problema quando tutto intorno brucia. Questa volta è andata davvero così, obbligandoci a far uscire la popolazione dalle abitazioni.
È stata la decisione necessaria per evitare il peggio e far sì che ai danni ambientali non si dovesse aggiungere la tragedia della perdita di vite umane. Anche perché quello che sembrava un incendio circoscritto in zone come Le Casaline, Caprile e Santa Caterina, in pochi minuti si è trasformato in un rogo con più fronti.
Proprio mentre stavo controllando di persona le località da cui tutto è iniziato, il vento ha soffiato via ogni tentativo di domare fiamme sempre più alte e distruttive. Montemagno, Nicosia, Crespignano, San Lorenzo e La Torre. Troppe località in cui effettuare i controlli. Troppe cose da fare tutte insieme con le peggiori condizioni meteo possibili. Con quel vento e di notte, non si potevano utilizzare elicotteri o aerei per spegnere l’incendio. E le stesse squadre che operano a terra erano in grosso pericolo. Così, sulla base dei dati forniti da Lamma e dalla centrale operativa regionale, abbiamo capito che le raffiche non si sarebbero placate. E che era inutile sperare che tutto si risolvesse nel giro di poche ore e senza grossi danni.
Le difficoltà di queste situazioni è riuscire a rimanere lucidi e a prendere le informazioni dalle varie fonti per convogliarle in un’unica soluzione. E per noi è stata quella di sgombrare le case. Convincere le persone a lasciare quello che di più caro hanno al mondo e affidarsi alle nostre scelte. Coi tantissimi volontari, le numerose forze dell’ordine e i vigili del fuoco abbiamo suonato campanello dopo campanello. Bussato a porta dopo porta.
Molti hanno accettato subito di uscire. Altri, invece, credevano si trattasse di misure esagerate rispetto a ciò che stava accadendo. Quello che è successo dopo ci ha dato ragione e dimostra che quando la Protezione civile percorre una strada, difficilmente si sbaglia, perché lo fa basandosi su dati oggettivi e seguendo procedure studiate per salvare la vita delle persone.
Perché di questo si è trattato. Abbiamo pensato a salvare la vita alle donne, agli uomini e ai bambini dei paesi minacciati da un incendio spaventoso. Ma riuscire a farlo, senza intralciare le operazioni di bonifica dei terreni intorno agli immobili per salvaguardare gli edifici, e il transito dei mezzi di soccorso e di chi materialmente combatteva contro i vari fronti del rogo, credo sia stato il frutto di un coordinamento incredibile.
In una nottata fatta di infinite telefonate, innumerevoli mini riunioni e tantissimi caffè, quello che mi spaventava di più era l’alba. Quando la luce del giorno avrebbe rimandato al mio cervello l’enorme macchia marrone creata dall’incendio. E quando il momento è arrivato, ho capito che non me ne sarei reso conto per un po’, visto che fumo e foschia annebbiavano lo scenario creato da una mano criminale. Poi col passare del tempo, ho intravisto lo scempio. Ma mi sono detto di non cedere allo sconforto e allo sgomento. Ma di pensare al lavoro che dobbiamo ancora svolgere. Rimandando il più possibile l’attimo in cui guardare il Monte e rendersi conto che quei colori straordinari li abbiamo persi per moltissimi anni.
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