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Inferno Monte Serra

Inferno Monte Serra, il dramma di un fisioterapista: via da sfollato non ritrova la casa

Stefano Taglione
Inferno Monte Serra, il dramma di un fisioterapista: via da sfollato non ritrova la casa

Francesco Bellinvia, dipendente del centro Fisiokinetic, è padre di tre figli e ora vive da un amico. Lo sfogo: «Chi ha appiccato il rogo è un pazzo assassino. Non ho più nulla, solo i pantaloncini»

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PISA. Si è allontanato da sfollato. È tornato che la sua casa non c’era più. È un dramma quello che sta vivendo Francesco Bellinvia, 52 anni e padre di tre figli, molto conosciuto in città in quanto dipendente del centro Fisiokinetic di viale delle Cascine, a Barbaricina.

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Il fisioterapista, uscendo di casa, non ha portato via nulla. Ed è montato in macchina in direzione di Pisa, fermandosi a dormire dalla suocera. «Non pensavo che bruciasse tutto – racconta – e addosso avevo solo maglietta e pantaloncini. Ora sono in giro così. Chi ha fatto scoppiare questo inferno è un pazzo assassino. Non ho altri commenti da fare». Bellinvia, che viveva in località “I Ronchi” da diciassette anni, è padre di due gemelli di sedici anni e del primogenito di diciassette.

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«Loro non hanno reagito, non mi hanno detto nulla di particolare – continua il 52enne – ma ora è il momento di guardare avanti. La casa è assicurata, non so se anche contro le calamità naturali. Questo lo dovremo capire: non sono molto fiducioso, ma spero che mi aiutino a ricostruirla. Non mi è rimasto più nulla. Se solo avessi potuto prevedere l’attacco del fuoco, avrei portato via qualcosa. Invece ho lasciato tutto lì, dalle fiamme non si è salvato nulla. Non sembrava che da Montemagno il fronte potesse scendere così rapidamente: io ero tranquillo».

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Il fisioterapista, ieri mattina, è tornato ai Ronchi. Rendendosi conto della situazione. «Non ci potevo credere – prosegue – e non potevo nemmeno rientrare dentro, perché naturalmente era pericolante. Rischia di cadere giù il tetto». Per ora Bellinvia vive a casa di un amico, che in questi giorni si trova all’estero. «Ho trovato una sistemazione provvisoria – sottolinea – e lo ringrazio. Per ora andiamo avanti così, poi vedremo. C’è rabbia, non ho parole. Di questa storia non si spiega nulla. La mia casa era isolata, ma anche le altre della zona sono state colpite. Mi sembra però che nessuna sia danneggiata irrimediabilmente come la mia. È un dramma».


Sempre ai Ronchi è andata a fuoco l’abitazione di Andrea Zanotto, 52 anni, giornalista dell’ufficio stampa dell’Azienda ospedaliero universitaria pisana. Un collega che nella pacatezza del carattere ha trovato la forza per non urlare tutta la sua rabbia. Ma non è che non se la prenda. Perché qualcosa, a suo dire, lunedì sera non ha funzionato. E la sua casa, inagibile, ha subito danni ingentissimi. «Ho saputo dell’incendio da un mio amico dopo mezzanotte – racconta – Ha visto su Internet quello che stava succedendo sul Serra e in generale sui Monti Pisani e mi ha chiamato per chiedermi se me ne fossi accorto. Non ne sapevo niente. Le fiamme erano partite dalle dieci di sera e nessuno mi aveva avvertito. Nella mia stessa situazione c’erano gli altri che abitano nella zona. Una ventina di famiglie per almeno quaranta persone. Siamo usciti di nostra iniziativa quando abbiamo visto che il fuoco era arrivato in prossimità delle case. Non ci hanno avvisato dell’emergenza».

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Nella frazione di Montemagno, per tutta la notte, i vigili del fuoco e i volontari dell’antincendio boschivo hanno fatto il possibile per limitare i danni. Bruciata anche un’auto. «L’obiettivo è salvare le case – aveva detto, nella notte, la vicesindaca di Calci, Valentina Ricotta – per fare in modo che dove finisce la vegetazione, ad esempio nei fossi, le fiamme si fermino. La priorità è proteggere i cittadini». L’assessora alla politiche abitative non è mai andata a dormire, rimanendo per tutta la notte nella palestra della Libertas, a pochi passi dal municipio. Prima, invece, era lì: aveva accolto le prime 15 persone allontanate dalle case.

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Con il cambio repentino delle raffiche di vento, e l’attacco delle fiamme alla frazione di Montemagno, per ore è stata a rischio anche l’incolumità della Certosa di Calci, l’ex monastero simbolo della Valgraziosa e della provincia di Pisa, “salvato” dal Fondo ambiente italiano (Fai). «È pericoloso, qui non si può stare», spiegavano alcune volontarie dell’antincendio boschivo che tentano di proteggere la struttura.

Il problema sono i lapilli di fuoco: l’incendio, inizialmente, è solo sopra la Certosa, per altro non vicinissimo. Poi le lingue di fuoco volano, scavalcando la Certosa, fino al giardino sottostante. Trovando linfa vitale negli ulivi. Le squadre antincendio, con il successivo arrivo dei vigili del fuoco impegnati su altri fronti, evitano il peggio. Almeno la Certosa, grazie ai pompieri e ai volontari, viene salvata. Purtroppo, le fiamme, non hanno risparmiato le abitazioni dei Ronchi, in alcuni casi irrimediabilmente danneggiate.


 

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