Il Tirreno

Pisa

Figlia di Orazio Lomi Gentileschi fu stuprata a 18 anni e subì addirittura  la tortura nel corso del processo contro l’uomo che l’aveva violentata 

La storia di Artemisia la cui arte vinse anche la peggiore delle violenze

sergio costanzo
La storia di Artemisia la cui arte vinse anche la peggiore delle violenze

sergio costanzoSi chiude dopodomani, 19 settembre presso il Museo delle Sinopie in Piazza del Duomo, l’esposizione dei dipinti di Orazio Lomi Gentileschi (Pisa 1562 - Londra 1639). Approfittate di...

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sergio costanzo

Si chiude dopodomani, 19 settembre presso il Museo delle Sinopie in Piazza del Duomo, l’esposizione dei dipinti di Orazio Lomi Gentileschi (Pisa 1562 - Londra 1639). Approfittate di questi ultimi giorni. Nutrirsi del bello non sazia mai, ma ci migliora. Orazio, nato Lomi da parte di suo padre Giovan Battista, aggiunse e adottò anche il cognome materno, Gentileschi, per via di uno zio nobile, immaginando di aver più credito presso i clienti. Quando si ammirano opere di artisti antichi, se ne celebra la gloria e la maestria. Spesso si dimentica che anch’essi furono uomini e talvolta donne, che vissero vite intrise di passione, sofferenza, miserie materiali e dell’anima, emarginazione. Tanto per inquadrare il periodo, Orazio nacque due anni prima di Galileo e come lui sperimentò quel tempo buio della Controriforma e dell’Inquisizione.

Ma non è di Orazio che voglio parlare quanto di sua figlia Artemisia. La ragazza nacque nel 1593 in Roma, dove il padre si era trasferito per lavoro. Primogenita di sei figli, amò da subito la pittura e c’è da benedire l’illuminato Orazio se, contro tutte le regole morali dell’epoca, lasciò che la bimba impiastricciasse le tele per gioco, apprendendo i rudimenti dell’arte. La ragazza crebbe con un occhio alla vecchia scuola manieristica e uno al mito dell’astro nascente: Caravaggio. Orazio aveva favorito il temperamento e l’indole di Artemisia e cercò per lei i migliori maestri. La ragazza entrò così nello studio di Agostino Tassi, maestro di arte prospettica nel settembre del 1611. Artemisia all’epoca aveva diciotto anni e, forse, affidarla al maestro fu anche un modo per togliere di casa una bocca da sfamare.

Se il Tassi fu un buon docente, non fu però un uomo retto. Approfittando dell’assenza della servitù e con la complicità di un suo furiere, si introdusse in casa Gentileschi pochi mesi dopo l’inizio della loro collaborazione e violentò la povera Artemisia, che, disperata, si rivolse al padre. Secondo le norme dell’epoca, fu tentato un matrimonio riparatore. Le lusinghe e le ipotesi di una sistemazione si protrassero per mesi, quando la povera ragazza scoprì che il Tassi era già sposato. A quel punto Orazio si indignò, scrisse al tribunale e perfino a Papa Paolo V, denunciando l’accaduto. Nel 1612 iniziò il processo ed è triste apprendere che, allora come ora, la prevaricazione fu devastante. Dalla deposizione di Artemisia: «Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne.» Al danno seguì la beffa. I giudici, per accertarsi che la ragazza dicesse la verità (il Tassi aveva assoldato dei falsi testimoni), la sottoposero a umilianti e pubbliche visite ginecologiche e, come l’inquisizione prevedeva per sveltire le procedure, fu interrogata addirittura sotto la tortura dello stritolamento dei pollici. Immaginate. Diciotto anni, violentata e poi umiliata e torturata perché reclamava il suo diritto. Il 27 novembre 1612 il Tassi fu condannato, ma tutta Roma cantava stornelli sulla “pittrice puttana”. Orazio la inviò a Firenze, dove tra l’altro conobbe e frequentò Galileo. Mi illudo che, passeggiando, abbiano parlato della nostra bella Pisa. Artemisia, grazie ai buoni uffici del Galilei e del suo nipote Michelangelo Buonarroti, fu accettata all’Accademia del Disegno. Prima donna al mondo. La sua rivincita sulla vita e sull’umiliazione ripartì da lì. E la “pittora” come la definiva Cosimo II dei Medici, dette inizio alla sua migliore produzione. Tornò a Roma, poi Napoli e Londra. Cercate le opere di Artemisa, Pisana di sangue. Nel periodo della violenza, si dipinse, un selfie dell’epoca: “Autoritratto in veste di martire”. Che quello sguardo triste, non sia mai più. —



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di Redazione web