Panella resta agli arresti domiciliari rischio fuga e gravi indizi di colpevolezza
Il Tribunale del Riesame ha respinto il ricorso degli avvocati. Possibile ora l’istanza della difesa in Cassazione
PISA
Alessandro Panella resta agli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha depositato ieri mattina l’ordinanza con la quale rigetta il ricorso presentato dai legali dell’ex parà che dal primo agosto scorso è stato colpito dalla misura cautelare. È accusato di omicidio volontario in concorso con altri due commilitoni per la morte di Emanuele Scieri, il cui corpo senza vita venne trovato il pomeriggio del 16 agosto 1999 ai piedi della torre di asciugatura dei paracaduta all’interno della Gamerra.
I giudici si sono presi 45 giorni di tempo per scrivere le motivazioni alla base della decisione di mantenere agli arresti domiciliari il 39enne di Cerveteri.
Gli avvocati Tiziana Mannocci e Marco Meoli solo quando avranno letto le motivazioni potranno valutare l’eventuale ricorso in Cassazione. Nel frattempo Panella resta in custodia cautelare.
Al Riesame nell’udienza del 5 settembre l’ex caporale aveva ribadito «la totale estraneità ai fatti» che lo vedono al centro di un’inchiesta riaperta dopo le archiviazioni dell’epoca.
La difesa aveva insistito sull’inesistenza del pericolo di fuga, sottolineando anche l’assenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico di Panella, autore di un memoriale di alcune pagine consegnato al Tribunale in cui spiega i motivi per cui la sua vita è negli Stati Uniti e non in Italia. Di qui l’esigenza di tornare nel suo Paese d’adozione del quale ha acquisito anche la cittadinanza dopo aver sposato un’americana. «La mia vita è là, non volevo scappare» ha chiarito al collegio del Riesame che dettaglierà nelle motivazioni perché non gli ha creduto, ritenendo il divieto di espatrio o l’obbligo di dimora come invocato dalla difesa misure non idonee a garantire la sua presenza in Italia.
L’esigenza cautelare confermata dal Tribunale fiorentino dà forza all’impostazione della Procura almeno sulla necessità di scongiurare la fuga e sull’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza dell’indagato.
Il dubbio che Panella, indagato da mesi con altri due ex commilitoni (Luigi Zabara e Andrea Antico), volesse lasciare l’Italia per sempre era venuto agli inquirenti quando aveva acquistato per il 3 agosto un biglietto di sola andata con destinazione San Diego, via Chicago. Il 26 luglio si era avvalso della facoltà di non rispondere davanti al procuratore capo Alessandro Crini e al sostituto Sisto Restuccia. Non solo. In auto la polizia - squadra mobile e sezione criminalità organizzata di Firenze - aveva messo delle cimici con cui erano state registrate le conversazioni dell’indagato con i familiari. Frasi che per l’accusa avevano un tenore tutt’altro che innocentista. Una su tutte: «Se stavolta riescono a incastrarmi mi sa che ci muoio in carcere». Da anni ha la doppia cittadinanza e l’ennesima intercettazione in cui dice di voler rinunciare a quella italiana appena rientrato a San Diego può aver pesato sulla volontà di mettere l’Oceano Atlantico tra sé e gli inquirenti italiani.
La posizione dell’ex parà, in occasione di dichiarazioni spontanee, non è mai cambiata: «Quella sera non ero alla Gamerra, mi trovavo in licenza e non c’entro con la morte di Scieri».
L’ipotesi è che i tre indagati abbiano preso di mira Scieri il giorno stesso in cui arrivò in caserma, il 13 agosto 1999. La sera fu picchiato e poi costretto a salire sulla scala di asciugatura dei paracadute. Qualcuno con gli scarponi gli fece pressione sulle nocche delle dita fino a farlo cadere da un’altezza di una decina di metri. Quindi il corpo venne coperto da un tavolo. —
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