Sicurezza
Terrorismo in città, quattro tunisini verso il processo: «Sostenevano all’Isis»
La Procura li vuole alla sbarra dopo l’attività di proselitismo rivolta alla causa della jihad su Facebook e altri canali web
Li vogliono processare per terrorismo. Ritengono di aver trovato prove sufficienti per accusarli in un Tribunale di essere arrivati in Italia e, tra un’iscrizione di facciata all’università e lo spaccio reale per mantenersi senza tanti sforzi, di aver avviato un’attività di proselitismo pro Isis lungo l’asse Torino-Pisa. Un’adesione di valori, con sostegni espliciti sul web e attraverso Facebook, che si è tradotta prima in un arresto e ora nella richiesta di rinvio a giudizio per quattro tunisini che avevano avuto contatti e ammirazione per due connazionali foreign fighters poi morti in Siria. La Procura torinese vuole processare Nafaa Afli, 26 anni; Bilel Mejri, 26 anni; Marwen Ben Saad, 30 anni; Bilel Tebini, 29 anni. Sono tutti in cella da mesi. I primi tre reclusi in carceri sarde di massima sicurezza. Il quarto a Torino, dopo l’arresto in Austria avvenuto a giugno. L’udienza è fissata per ottobre. L’accusa è di associazione finalizzata al terrorismo internazionale nell’ambito dell’operazione Taliban condotta dai carabinieri del Ros di Torino. Tre dei quattro imputati vivevano a Pisa prima di essere arrestati e trasferiti in Sardegna in condizioni di massimo isolamento. Una misura cautelare adottata per soggetti considerati pericolosi solo per quello che predicavano sui social. Non ci sono azioni concrete contestate ai quattro. È il fervore con cui apprezzavano i guerriglieri Isis e odiavano gli occidentali ad aver indotto gli inquirenti a chiedere e ottenere gli arresti. La tegola giudiziaria per la propaganda a favore del terrorismo islamico è arrivata dopo che Mejri, Ben Saad e Afli (difesi dagli avvocati Sara Baldini e Massimo Parenti) avevano avuto modo di mettersi in evidenza con lo spaccio nelle aree della movida pisana. Piazza delle Vettovaglie come luogo di “lavoro” per mantenersi in città in appartamenti presi in affitto tra centro e Cisanello. E, nell’ombra, i contatti sul web per sostenere la causa della jihad. La prima sentenza è arrivata per spaccio: un patteggiamento di 3 anni e 7 mesi. Poi l’accusa di terrorismo che in confronto lo smercio di droga alle Vettovaglie è un buffetto sulla guancia. Per l’accusa il gruppetto era sbarcato a Torino nel 2014 e aveva ottenuto permessi di soggiorno per motivi di studio: avevano falsamente dichiarato di essere iscritti all’università e di aver superato anche alcuni esami. Poi si erano spostati a Pisa, dove lo spaccio era il core business della presunta cellulare terroristica con una predilezione per la fazione di Ansar al-Sharia radicata in Tunisia. Per i giudici che firmarono l’arresto era evidente «la manifesta ed espressa adesione alla ideologia della jihad estremista e violenta e la loro diretta partecipazione a comizi con militanti combattenti, l’assistenza legale ed economica a sodali arrestati, il sostegno e l’adesione alla partenza per le zone di guerra da parte di alcuni, l’omaggio rituale ai martiri in seguito al loro decesso». Elementi, questi, che indicano non solo «una mera adesione psicologica alla ideologia jihadista», ma anche la «creazione di una cellula estremistica islamica, di cui alcuni sodali (due, ndr) sono partiti per le zone di guerra in Siria per combattere nelle fila dell’ Isis, mentre uno era pronto a compiere un’azione terroristica sul territorio». L’annunciato martire era Bilel Chihaoui, 28 anni, domiciliato in via Livornese, precedenti per spaccio, espulso dall’Italia il 19 agosto 2016 dopo essere stato bloccato dai carabinieri nei boschi del Biscottino. Aveva scritto su Facebook: «Mi farò martire a Pisa». La sua posizione è stata stralciata.
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