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Caso Scieri, fu ignorata la pista del nonnismo e si sono persi diciannove anni - L'analisi
I nuovi investigatori hanno saputo leggere lo scenario in cui maturò l'omicidio di Emanuele senza dare credito alle ipotesi fantasiose del suicidio valutate all'epoco da chi guidò le indagini
PISA. Emanuele Scieri è morto nella caserma Gamerra vittima di un esasperato e crudele nonnismo. Vittima di militari violenti che lo hanno lasciato agonizzante sotto la torre dei paracadute e che, prima di fuggire, hanno cercato di nasconderlo sotto il tavolo.
Come se, a terra, ci fosse un sacco, invece di un ragazzo. Un delitto atroce su cui ora la verità comincia a farsi strada. Perché un’attesa lunga diciannove anni per fare luce sulla morte del giovane siracusano? Certamente, oggi, possiamo dire che la svolta è arrivata grazie al lavoro della commissione parlamentare d'inchiesta e al lavoro degli inquirenti. Ma non è soltanto così. Ed è la magistratura a scriverlo nelle sue carte quando sottolinea che, rispetto al 1999, l'inchiesta non si è avvalsa di «nuove tecnologie o avanzati strumenti d'investigazione, bensì di una soluzione cui si è giunti solo a seguito di una testarda ricerca della verità sostanziale e processuale».
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Gli investigatori di oggi hanno letto il delitto Scieri nel contesto di allora, hanno inserito quanto accadde la notte del 13 agosto 1999 in quella che era la malsana e riprovevole usanza di allora in cui i militari anziani avevano una sorta di diritto di sopruso sulle reclute. La pratica del nonnismo, fatta di violenze fisiche e morali, era dilagante e, come scrive lo stesso giudice delle indagini preliminari, «non era adeguatamente contrastata». Ciò significa che i vertici della Gamerra sapevano di queste barbare usanze, ma chiudevano un occhio. In questo passaggio sta uno dei punti nodali per cui diciannove anni fa la verità non venne trovata, semplicemente perché era sepolta sotto il peso ingombrante dell'omertà.
Gli ufficiali di allora e gli stessi paracadutisti in servizio (è il mio ricordo di cronista di allora) parlavano del nonnismo come un fenomeno quasi goliardico, scherzi innocenti per farsi quattro risate. Invece, non era così. Questo muro di omertà fu, allora, così resistente da respingere l'inchiesta dei carabinieri coordinati dalla Procura?
Riesce difficile pensarlo. Sia perché era noto che il nonnismo non era un passatempo, ma una pratica violenta e sia perché la scena del delitto suggeriva che quel ragazzo non poteva essere così pazzo da salire sulla torre con le scarpe slacciate rischiando di morire. Quando scrissi che Scieri poteva essere morto perché probabile vittima del nonnismo, l'inchiesta si muoveva su un altro piano: la prima ipotesi fu quella del suicidio cui si affiancò quella della fatalità. In seguito, si parlò di nonnismo. Se il muro di omertà di allora fosse crollato, probabilmente non si sarebbe aspettato così tanto tempo per vedere tre persone iscritte nel registro degli indagati. Eppure, nonostante questo, gli investigatori di allora ebbero la possibilità di fare un passo importante verso la verità. Ma non lo fecero. Infatti, come scrive il collega Pietro Barghigiani, «i nomi dei tre caporali violenti indagati per omicidio volontario in concorso nell'inchiesta sulla morte di Emanuele Scieri erano già a conoscenza degli inquirenti nell'agosto 1999».
Questo avvenne otto giorni dopo la scoperta del cadavere: al centro delle accuse c'erano le violenze camuffate da nonnismo. È vero che i fatti denunciati dalla persona ai carabinieri non vennero messi in relazione al delitto, ma perché questa denuncia non aprì gli occhi a chi investigava? Se i carabinieri di allora avessero scoperchiato non in parte, ma del tutto il nonnismo praticato alla Gamerra, è probabile che la verità sarebbe arrivata prima di diciannove anni. Invece, il lavoro investigativo puntava su un’altra direzione. Stefano Viberti era l'ultimo paracadutista, anche lui una recluta, ad avere visto Scieri ancora vivo: su di lui si era concentrata l'attenzione.
Viberti era stato interrogato più volte, gli investigatori sospettavano che nascondesse qualcosa al punto che infilarono le cimici all'interno della sua macchina nella speranza che si sarebbe confidato con qualcuno. Furono messe le microspie nell’auto sbagliata. Sono stati, invece, gli investigatori di oggi a inserire le cimici nella macchina giusta, in quella di Alessandro Panella, il maggior indiziato dei tre indagati. E lo hanno incastrato.
Per il semplice motivo che non hanno creduto che Scieri fosse stato vittima di un isolato atto di nonnismo, ma che quelle violenze erano rituali a cui le reclute venivano sottoposte dai militari più violenti. Gli investigatori di allora, se come è vero, avevano interrogato tutti i militari presenti quella notte alla Gamerra, si saranno ritrovati anche di fronte a chi oggi è accusato di omicidio volontario. La pista da seguire, come scrivemmo più volte, era quella del nonnismo. Scieri non salì sulla torre, come ipotizzarono gli investigatori, perché chissà, forse, voleva vedere una donna che si faceva la doccia.
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