Il Tirreno

Pisa

Caporali violenti già segnalati dal superteste nell’agosto 1999

Pietro Barghigiani
Caporali violenti già segnalati dal superteste nell’agosto 1999

I nomi degli attuali tre indagati furono indicati ai carabinieri da una vittima di nonnismo che tentò due volte il suicidio

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I nomi dei tre caporali violenti indagati per omicidio volontario in concorso nell’inchiesta sulla morte di Emanuele Scieri erano già a conoscenza degli inquirenti nell’agosto 1999. Otto giorni dopo la scoperta del corpo senza vita del 26enne siracusano, il principale accusatore del terzetto, si era presentato ai carabinieri riferendo delle vessazioni subìte tra giugno e luglio. Aveva taciuto il collegamento dei tre con la storia di Scieri, di cui era a conoscenza perché da piantone, la notte del 13 agosto e la mattina del 14, aveva sentito Alessandro Panella, 39enne, di Cerveteri, ai domiciliari da mercoledì pomeriggio, e gli altri due indagati parlare tra di loro con frasi tipo “averla fatta grossa”, “aver esagerato”, “non sapere come giustificarsi con il colonnello”, “di caduta”.

Quando Panella capì che il militare li aveva sentiti lo avvicinò minacciandolo: «Guarda che se parli ti ammazzo». Il teste, di Roma, non era andato subito dai carabinieri. Lo aveva fatta la fidanzata dell’epoca. Ai militari della stazione di Porta a Mare aveva raccontato delle condizioni fisiche e psicologiche del compagno vessato soprattutto da Panella. A quel punto i carabinieri avevano girato le carte ai carabinieri del nucleo investigativo che sentirono la giovane e il compagno. Atti poi trasmessi alla Procura. In nuce in quelle dichiarazioni c’era un primo nucleo di persone che per comportamenti e modi di rapportarsi alle reclute potevano essere collocate la sera del 13 agosto nell’area del casermaggio. Quella zona franca dove lo spaccio e il bivacco dei nonni era tollerato dai vertici della Folgore. E dove Scieri fu trovato morto.

Ai carabinieri il teste disse solo degli atti di nonnismo di giugno e luglio. «Proprio i gravi timori per la propria incolumità e le minacce subìte e la constatazione della violenza morte di Scieri, gli avevano suggerito di evitare qualsiasi richiamo a questa vicenda» scrive il gip nell’ordinanza di arresto di Panella. E sempre il teste che, sconvolto per gli assalti dei nonni, durante una vacanza in Trentino con la fidanzata tenta due volte di suicidarsi. Come la commissione parlamentare d’inchiesta prima e l’indagine della Procura poi (procuratore capo Alessandro Crini e sostituto Sisto Restuccia), in quel periodo la Gamerra era un ambiente impregnato di nonnismo, tollerato e incoraggiato dai vertici. Scrive il gip: «Occorre inquadrare la morte del paracadutista Scieri non quale episodio a sé stante, bensì quale espressione di un diffuso, accettato o comunque non adeguatamente contrastato, fenomeno di delinquenza militare, di prevaricazione, di maltrattamenti, violenza fisiche e morali, di violenza privata, a cui si dà anche l’appellativo di “nonnismo” che in senza gergale identifica il membro anziano del gruppo (analogo alla figura del bullo” in contrapposizione al “nipote”, cioè al novizio che ne rappresenta la vittima». La Procura parla di «un quadro di sistematiche prevaricazioni all’interno della Gamerra». Una caserma in cui non si impedivano atti di nonnismo e non si tutelavano gli allievi con i vertici che si limitavano ad avvertirli che sarebbero stati sottoposti a vessazioni. E nel caso di Scieri «l’episodio di nonnismo - non adeguamento frenato e culturalmente combattuto dai vertici militari, posti a pregiudizio della sicurezza e della salvaguardia dei giovani affidati al servizio militare - si è tramutato in omicidio» ribadisce il giudice Giulio Cesare Cipolletta. Già a pochi giorni dalla tragedia gli inquirenti avevano in mano nomi e dichiarazioni che a distanza di 19 anni si sono tradotti in arresti e avvisi di garanzia. La differenza? Ancora il gip: «Una distanza (rispetto al 1999, ndr) che non è stata colmata da nuove prove, da nuovi elementi di valutazione scientifica. Non si tratta di un cold case che ora può risolversi grazie a nuove tecnologie o ad avanzati strumenti di investigazione, bensì di una soluzione cui si è giunti solo a seguito di una testarda ricerca della verità sostanziale e processuale; cui si è pervenuti con la verifica degli stessi elementi, rivisti, confrontati, valuti con le consuete e tradizionali tecniche investigative, in un’ottica di encomiabile volontà di giungere, dopo 20 anni, a una risposta su cosa è avvenuto in quella caserma, quella notte, a un giovane militare, affidato allo Stato e ai suoi rappresentanti militari».

Il silenzio omertoso di tutti questi anni, difeso con pervicacia da chi sapeva e ha taciuto, «getta serie ombre di discredito sulle istituzioni delle forze armate» stigmatizza il gip. —

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