Il Tirreno

Pisa

Omicidio Scieri: «Panella era solito spegnere le candele sulla schiena e sul torace delle reclute»

Pietro Barghigiani
Omicidio Scieri: «Panella era solito spegnere le candele sulla schiena e sul torace delle reclute»

Pisa: le accuse dei commilitoni dell’epoca contro l’ex caporale dei parà davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare

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PISA. «Il caporale Alessandro Panella era solito spegnere candele sulla schiena e sul torace del militare (omettiamo il nome, ndr)». Nella relazione della commissione parlamentare d’inchiesta il nome dell’arrestato ricorre per 31 volte. E ogni volta è accostato a episodi di nonnismo. Viene definito uno dei più violenti nell’alimentare un fenomeno che in quell’estate del 1999 alla Gamerra sfugge o viene tollerato anche dai vertici della caserma in cui si addestravano i parà. È in quel contesto che per l’accusa trova la morte Emanuele Scieri, il 26enne di Siracusa arrivato il 13 agosto e trovato senza vita il 16.

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Lo ha ribadito anche il procuratore capo Alessandro Crini nel corso della conferenza stampa in cui è stato illustrato l’arresto dell’ex caporale. Presenti il dirigente della questura di Firenze e dello Sco Alfonso Di Martino, il capo della mobile fiorentina, Antonino De Santis e il vice commissario Carlo Stolfi, della sezione di polizia giudiziaria in Procura.

Un militare sentito dalla commissione d’inchiesta «ha riferito che la stessa sera del suo arrivo alla caserma Gamerra il caporale Panella si recò nella sua camerata ed ordinò a tutte le reclute di non prendere sonno fino a quando non lo avessero fatto gli anziani. Per fare ciò, il caporale Panella fino alle quattro del mattino diede calci alle brande, schiaffeggiò qualcuno dei presenti e ordinò a più riprese di fare delle flessioni. Da quel giorno, il caporale Panella ed il caporale Andrea Antico (solo indagato, ndr) ordinarono quotidianamente alle reclute di fare dalle cento alle centocinquanta flessioni, che dovevano essere eseguite senza interruzione. Quando qualcuno si fermava a causa della stanchezza, i due caporali lo colpivano con pugni sui dorsali».

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I nonni, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, avevano “violato” anche la regola non scritta secondo la quale le reclute nel primo mese non dovevano essere toccate. Un altro episodio attribuito a Panella, con testimonianze incrociate, lo vede protagonista sempre con Antico di un’altra prassi imposta agli allievi. «Tapparono la bocca a lui (militare, ndr) e ad un altro commilitone e gli fecero odorare un liquido maleodorante, che causò loro il vomito. Il tutto mentre gli autori della violenza ridevano soddisfatti» riporta la relazione.

C’erano poi le tappe al casermaggio, durante le quali alle usuali “pompate” – con o senza pugni e gomitate sulle mani – potevano aggiungersi altre pratiche più “creative”, come quella di legare le reclute a una scala a pioli rimovibile e gettarli su materassi disposti sul pavimento del casermaggio.

Il racconto si fa più duro quando la testimonianza scende nei dettagli: «Ricevevamo dai due caporali pugni sui muscoli dorsali, la cosiddetta bicicletta che consiste nel dare una serie di pugni in rapida successione con entrambe le mani, nonché botte a mano aperta sulle spalle». E ancora: «Circa un mese fa ero in bagno intento a parlare al telefono con la mia ragazza. È arrivato il caporale Panella ed ha iniziato ad urlare intimandomi di interrompere la comunicazione. L’ho allontanato con una leggera spinta, lui mi ha detto che ci saremmo rivisti in bagno dopo il contrappello. In effetti dopo il contrappello, io mi ero appena coricato, quando è arrivato il Panella che brandiva un tubo di ferro lungo circa 60 centimetri sbattendolo sulla mia branda intimandomi di raggiungerlo in bagno. Io l’ho seguito e lui mi appoggiava il tubo sulla tempia e sulle gambe e mi diceva “fallo adesso lo scemo, non sai che ci vuole rispetto per l’anzianità?” Della situazione si è accorto il caporal maggiore Ara il quale mi ha detto “se non c’ero io questi ti potevano pure ammazzare poiché sono di leva e non gliene frega niente”». 
 

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