Sicurezza
Era abusiva la piscina tra mura e San Zeno
Condannata a 2 mesi e 12mila euro di ammenda la responsabile dell’installazione. Assoluzione per i due figli
pisa
Ridimensionato rispetto alle accuse di partenza. Limato nelle proporzioni dell’intervento. Ricondotto a un contesto scremato dal carico iniziale. Alla fine, però, la piscina tra la chiesa di San Zeno e le mura era un abuso edilizio.
Lo ha certificato ieri pomeriggio il giudice Raffaella Poggi condannando a 2 mesi di arresto e 12mila euro di ammenda Barbara Bedini, 64 anni, di Pisa per abuso edilizio e violazione del vincolo paesaggistico. Assolti per non aver commesso il fatto i figli Riccardo Secondo Bedini, 28 anni e la sorella Margherita, 25. L’accusa era di abuso edilizio, violazione di sigilli e invasione di terreni. Il pm onorario Massimiliano Costabilenella scorsa udienza aveva chiesto una condanna 3 mesi e 45mila euro di multa. Nel frattempo lo specchio d’acqua è stato rimosso. Scoperto per caso nell’estate 2015 durante un sopralluogo in vista della riapertura del camminamento, l’allestimento creò scalpore per la collocazione. E anche le foto postate su Facebook degli utilizzatori con materassini e sdraio a bordo piscina alimentò uno scontro istituzionale con l’allora sindaco Marco Filippeschi che parlò di gravissima offesa alla città. Il Comune, però, non si è costituito parte civile.
Una piscina (4x10 mt circa) realizzata senza sbancare il terreno, ma comunque in un’area vincolata. Per la Procura l’opera era stata realizzata in una zona vincolata e l’imputata l’ha fatta allestire in assenza di qualsiasi permesso. Serviva come riabilitazione fisica alla mamma della Bedini, è stato uno degli elementi sostenuti nel corso del dibattimento. Le accuse di violazione dei sigilli (il robottino usato per pulire lo specchio d’acqua) e l’invasione di terreni sono cadute per tutti. La proprietà dell’area appartiene ai Bedini e non al Comune come Palazzo Gambacorti, sbagliando e poi correggendosi, aveva ipotizzato in un primo momento.
Per la difesa degli imputati (avvocato Maria Teresa Schettini per i due fratelli e Andrea Di Giuliomaria per la mamma) la colpa di Bedini sarebbe stata quella di realizzare una struttura ben fatta. Una “responsabilità” più estetica che dolosa. Quella posa in opera del telone avrebbe, comunque, richiesto la presentazione in Comune della Scia, la segnalazione certificata di inizio attività. «Vista dall’alto la vasca era così bella e fatta bene da sembrare una piscina – aveva argomentato l’avvocato Di Giuliomaria nella scorsa udienza –. Se fosse stata brutta oggi non saremmo qui. Non era altro che una vasca con dei teli. Non c’è stato sbancamento. È stata appoggiata e il terreno di riporto, prelevato altrove, è servito per fare il contorno con il legno lungo il perimetro per non far cadere la terra all’interno. Alla fine la mia cliente può essere colpevole solo di avere buon gusto». Il conto “estetico” in primo grado è di 2 mesi di arresto e 12mila euro di ammenda. Novanta giorni per le motivazioni con impugnazione della sentenza già annunciata. —
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