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Diabete, il professor Del Prato su sintomi e cure: "Presto disponibile il vaccino"

Marco Sabia
Diabete, il professor Del Prato su sintomi e cure: "Presto disponibile il vaccino"

In Toscana ci sono circa 200.000 persone affette di diabete, di cui il 90% da quello di tipo 2. E ogni anno le diagnosi aumentano

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PISA. Stefano Del Prato dirige l’Unità operativa di Malattie del metabolismo e diabetologia dell’Università di Pisa. È stato presidente della Società Italiana di Diabetologia e vicepresidente dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete. È un riferimento assoluto in Italia e non solo quando si parla di diabete. Così come lo è il reparto che dirige all’ospedale di Cisanello. Per questo rivolgersi a Del Prato è una certezza quando l’argomento da trattare è il diabete. Del Prato cura anche un blog, sul sito della fondazione Umberto Veronesi, dove spiega in parole semplici cosa sia il diabete e cosa comporti.

Dottor Del Prato, quante persone sono affette da diabete in Toscana?

«Il conto è presto fatto, visto che interessa il 6-7% della popolazione. In Toscana ci sono 3.753.000 persone, per cui circa 200.000 sono affette di diabete, di cui il 90% da quello di tipo 2. E ogni anno le diagnosi aumentano».

Cosa possiamo fare per “contrastare” il diabete?

«L’aumento del diabete è legato a molti aspetti: il cambiamento dello stile di vita, l’alimentazione errata, lo stress e anche l’inquinamento. Sessant’anni fa la Toscana era rurale e la gente faceva movimento lavorando. Oggi è tutto meccanizzato e ci muoviamo sempre meno. Si paga per andare in palestra e poi ci andiamo prendendo l’ascensore, spendiamo per cibi particolari e ci dimentichiamo dei benefici della dieta mediterranea. E poi i giovani: ai miei tempi passavamo le giornate a rincorrere un pallone, adesso abbiamo i pollici allenati per smartphone e videogiochi. È un problema, tenendo conto che il 10% del bugdet del sistema sanitario nazionale va nella “gestione” del diabete. Basti pensare che delle risorse destinate al diabete il 55% viene speso per i ricoveri. I soldi sono salute, al giorno d’oggi».

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A quali sintomi dobbiamo fare attenzione?

«Parliamo, ad esempio, della condizione di “pre-diabete”: di 10 persone in questo stato circa 3-4 fra 10 anni avranno il diabete. Il problema è che più si è a rischio, meno si è disposti a prendere dei provvedimenti: è paradossale. Non sono io a dirlo ma degli studi fatti per analizzare la percezione del diabete nel nostro Paese: abbiamo osservato che l’italiano conosce il diabete ma che più rischia di svilupparlo, meno è disposto a cambiare stile di vita. È un po’ come quando non andiamo dal dentista finché il mal di denti non ci fa impazzire dal dolore. Questo è un problema, che si risolve cambiando mentalità a livello di società civile. In molti casi basterebbe perdere il 5-10% del proprio peso per stare meglio, perché l’obesità influisce. Se sono in sovrappeso devo migliorare la qualità di ciò che mangio e aumentare l’attività fisica. Camminare mezzora al giorno per 5 giorni a settimana riduce del 56% il rischio di sviluppare la malattia nei pre-diabetici, così come c’è una correlazione lineare tra lo stare alla tv e le possibilità di diventare diabetici. Si tratta di accorgimenti fondamentali quanto le cure, a cui però non si dà abbastanza peso».

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Come si rapporta il medico col paziente?

«Al paziente non dobbiamo negare l’entità del problema, facendo il massimo affinché le complicanze del diabete non ne peggiorino la vita, perché sono quelle che possono incidere sulla qualità dell’esistenza di un malato (retinopatie, nefropatie, piede diabetico ndc); si tratta di “gestire” nella maniera migliore la malattia e quello che può comportare. Con l’aumento dell’aspettativa di vita aumentano anche le malattie croniche e per questo diventa fondamentale il “valore” della salute».

A livello di diagnosi precoce a che punto siamo?

«Per il diabete di tipo 1 ci sono gli esami di laboratorio, per il 2 i fattori sono molteplici: indagare sui familiari di primo grado, sull’etnia (nord-africani e asiatici sono più portati), sul sovrappeso, sull’ipertensione, sui trigliceridi. Poi c’è la questione del diabete “gestazionale”, che si può manifestare e poi scomparire nelle donne in gravidanza. Su questo la Regione si è mossa in maniera importante, monitorando le gravidanze. E poi, dai 40-45 anni in poi, controllare la glicemia a digiuno ogni 3 anni».

E sulle cure?

«Negli anni anche la terapia insulinica è cambiata in maniera incredibile, basti pensare che ci sono 13 classi di farmaci a disposizione, perché il futuro è la personalizzazione della medicina, che deve essere a misura del singolo paziente. È quello che viene fatto, ad esempio, in oncologia, anche perché ogni persona può reagire in maniera differente al farmaco. Comunque i ricercatori stanno lavorando su sistemi miniaturizzati che producono l’insulina (pancreas artificiali), su cellule riconvertite che tornino a produrla o sul risveglio di quelle che potenzialmente potrebbero farlo. Poi c’è il vaccino, nel caso del diabete 1. Credo che il vaccino per il diabete autoimmune (il tipo 1) arriverà prima della cura del tipo 2, anche perché stiamo scoprendo che il tipo 2 “nasconde” altri sottotipi. Senza dimenticare che si parla anche di diabete di tipo 1, 5, che sta a metà fra le due forme più conosciute».

Il diabete è percepito come una malattia degli anziani, ma non è così...

«Esatto, si pensi al diabete infantile. Qui è fondamentale prima coi genitori che coi figli, perché questi ultimi imparano prima a diventare gli “infermieri” di se stessi. Ai ragazzi va spiegato che col diabete di tipo 1 possono fare qualsiasi attività, prendendo i giusti accorgimenti. Il tennista Artur Ashe, ad esempio, era diabetico; la bellissima attrice Halle Berry lo stesso, lo statista Winston Churchill anche. Un bambino che ha il diabete deve sentirsi tranquillo ma allo stesso tempo consapevole della patologia».
 

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