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Pisa

Paziente morì dopo le visite: medico assolto

Paziente morì dopo le visite: medico assolto

Nessuna responsabilità del dottore del pronto soccorso nel decesso per infarto di un artigiano di 29 anni

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PISA. Si chiude con un’assoluzione «perché il fatto non sussiste» la vicenda giudiziaria iniziata nel gennaio 2010 con la morte di un giovane padre di famiglia.

Visitato al pronto soccorso per un dolore al petto e rimandato a casa con la prescrizione di un antidolorifico, Giovanni D’Angelo, artigiano edile di Cascina, era morto qualche ora dopo aver l’asciato l’ospedale. Aveva 29 anni. Il pm Paola Rizzo aveva chiesto una condanna a 9 mesi per il dottor Fabrizio Maggiorelli, 59 anni, dirigente medico del pronto soccorso, all’epoca al Santa Chiara. Una richiesta a cui si è associata la parte civile, rappresentata dall’avvocato Anna Francini per i familiari della vittima. Difeso dall’avvocato Salvatore Salidu, il dottor Maggiorelli doveva rispondere di omicidio colposo.

Il giudice Pietro Murano lo ha assolto accogliendo la tesi della difesa, secondo la quale ben prima del medico altre figure professionali avevano trattato il paziente senza riscontrare quell’infarto in atto poi rivelatosi fatale dopo le dimissioni. Addirittura D’Angelo era stato classificato al triage con un codice verde. Il 29enne, diventato padre da appena 4 mesi, si era sentito male in un cantiere di via San Martino a Cascina aperto dalla ditta del padre la "Brando e D'Angelo".

Prima era andato alla Misericordia di Navacchio dove un’operatrice, secondo quanto riportato nei verbali letti in aula, gli aveva detto: «O chiama lei il 118 o lo chiamiamo noi». In ambulanza era poi andato al pronto soccorso del Santa Chiara. Qui non era emerso niente di particolare a livello cardiaco. Al triage venne classificato con un codice verde e così, ha sottolineato l’avvocato Salidu, arrivò al medico Maggiorelli. Se per accusa e parte civile, sarebbero bastati esami più approfonditi per capire che era in corso un infarto, per la difesa la filiera dei controlli precedenti la diagnosi assegnata all’imputato non avrebbe rilevato anomalie da giustificare gli ulteriori accertamenti.

Insomma, altri avrebbero dovuto accorgersi e documentare lo stato di salute del paziente e non il medico che firmò le dimissioni al quale non fu prospettata una situazione di pericolo imminente. D’Angelo tornò a casa e dopo qualche ora la moglie Annunziata lo trovò agonizzante. Di lì a poco il decesso. Per il Tribunale senza responsabili.(p.b.)

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