Il Tirreno

Pisa

marcia CONTRO LA GUERRA E IL PIANO PER CAMP DARBY 

«Riscopriamo il senso civile di questa giornata»

«Riscopriamo il senso civile di questa giornata»

SAN PIERO A GRADO. 2 giugno. Un mastodontico tricolore ricade lungo la facciata di Palazzo Medici, sventola al sole su Lungarno Mediceo. Pochi chilometri più in là, a San Piero a Grado, a sventolare...

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SAN PIERO A GRADO. 2 giugno. Un mastodontico tricolore ricade lungo la facciata di Palazzo Medici, sventola al sole su Lungarno Mediceo. Pochi chilometri più in là, a San Piero a Grado, a sventolare sono moltissime bandiere rosse. Sotto le chiome degli alberi che fanno strada verso l’ingresso della Basilica, un affollato corteo si prepara a marciare fino a Camp Darby: è la manifestazione contro la “nuova normalità della guerra” indetta dalle reti pacifiste e antimilitariste di Pisa e Livorno. Ma a dominare sulle bandiere arcobaleno è il rosso, delle bandiere, delle magliette e dei volantini che passano di mano in mano: perché la pace dicono gli organizzatori è prima di tutto “Give peace a chance”: c’è chi cita John Lennon e chi si prepara a srotolare striscioni con scritto semplicemente “#NOGUERRA, #NONATO”.

Ma a dominare è, il rosso delle bandiere, delle magliette, delle bandane e dei volantini che passano di mano in mano «perché – dicono gli organizzatori – le manifestazioni come questa devono necessariamente tingersi di un colore politico, il colore della sinistra che lotta contro l’imperialismo». Paradossale per i “compagni” celebrare la Festa della Repubblica, non solo oggi che quest’ultima ha subìto dalle forze politiche abusi di ogni genere, ma ormai da lungo tempo. «Vogliamo – ha spiegato Federico Giusti, del Partito Comunista dei Lavoratori –, come promotori dell’iniziativa, restituire al 2 giugno, festa della Repubblica, il suo senso civile inficiato da troppo tempo da parate e dimostrazioni militari. Non ci siamo abituati alla normalità della guerra, che è ancora tremendamente attuale. Basta guardare a due passi da noi: la militarizzazione del territorio, l’uso di infrastrutture civili a fini militari, il sistema Italia che ormai dedica sempre più risorse al militare. Guerra significa tutto questo, e significa anche abuso continuo perpetuato ai danni della Costituzione, ai diritti riconosciuti all’uomo e alla sua integrità. Peraltro non ci è dato sapere cosa avviene all’interno della base statunitense, alla quale è vietatissimo accedere».

Una marcia non rituale, quella di ieri, che ha visto l’adesione di moltissime forze dell’associazionismo socio-politico intorno a una questione pratica: l’imminente costruzione di una ferrovia a soli scopi militari che collegherà Camp Darby alla stazioncina di Tombolo, per proseguire verso i principali scali ferroviari italiani e rifornire le basi Usa e Nato di armamenti per le zone di guerra. Un fatto inaccettabile questo, anche a detta di Simonetta Ghezzani candidata sindaca con Sinistra Italiana. «Battaglia storica, quella per la riappropriazione e riconversione a usi civili della base statunitense, sul territorio dal’43, assume oggi tinte ancor più cupe con la duplice questione che vede messi a servizio di usi militari e pericolosi la stazione di Tombolo e la zona dei Navicelli, che si aggiungono ai sottomarini nucleari di Livorno». «La vera sinistra – ha aggiunto Luigi Gastaldello, comunista impegnato dal tempo nel Comitato per Portammare – fa di tutto e continua a lottare per infrangere questo sistema. Dobbiamo essere compatti e conoscere queste dinamiche per sconfiggerle una volta per tutte». «Manifestazioni come questa sono importanti – ha commentato Alberto Mari, portavoce dell’Osservatorio antiproibizionista Canapisa –, perché l’Italia è coinvolta in moltissimi teatri di guerra, le diplomazie sono conniventi e ora più che mai serve un movimento dal basso, una presa di coscienza».

Carlotta Lattanzi

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