«Non ce l’ho con Gozi ma guardi nel suo cuore»
Antonio Logli spiega perché è inverosimile l’avvistamento di notte in via Gigli «Non è credibile che dopo aver minacciato Roberta lei mi aspettasse in strada»
SAN GIULIANO TERME. «Loris Gozi? Non ce l’ho con lui, non ce l’ho con nessuno. Penso che ognuno ha una coscienza e che debba guardarsi nel profondo della coscienza, dell’animo, del cuore. Ma non voglio fare polemiche».
Antonio Logli racconta di sé, dell’assenza della moglie, alla quale si rivolge usando sempre il presente, dei processi che lo hanno visto soccombere con due sentenze di condanne.
Nella lunga intervista concessa a “Quarto Grado” su Retequattro, l’impiegato comunale di San Giuliano Terme che per due Tribunali (primo e secondo grado e condanna a 20 anni di reclusione) è colpevole dell’omicidio della moglie, Roberta Ragusa, risponde ai punti giudicati più controversi nell’inchiesta e, alla fine, svela una fragilità impensabile che stride con l’immagine di una persona glaciale. I suoi detrattori lo hanno paragonato a un rettile per il sangue freddo e l’impassibilità dimostrati nel ciclone, giudiziario e mediatico, che lo ha travolto.
Gozi è il suo grande accusatore con l’altra teste, Silvana Piampiani. Dice Logli di non provare rancore verso i due testimoni. All’altra teste, l’ex domestica Margherita Latona, la donna che avvertì i carabinieri («è stato lui, è stato lui») dicendo di averlo visto pulire in modo accanito alcune piastrelle davanti la porta di casa dopo la sparizione di Roberta, Antonio risponde con una versione già fornita ai militari.
«Lei era affacciata allo stanzino dove ho la lavatrice di casa – è la risposta di Logli –. Sotto, c’è uno stanzino dove tengo un ripostiglio, all’interno del quale avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola. Mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale, vedo che in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco in cui ci si salta dentro. Mi sembravano brutti: ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se li potevo togliere. In realtà, mi sono accorto che non facevo nulla: le strisce, le righe che erano lì in terra, sono rimaste tali e quali. Quella sera vennero i carabinieri e mi dissero: “Se vuole, potrebbe anche non farci entrare”, perché non ero indagato. Ma io naturalmente, non avendo niente da nascondere, dissi: “Fate conto di essere a casa vostra, venite e fate quello che volete”. Mi dissero: “Ci risulta che lei ha una busta gialla...”. Andai lì, presi la busta, “con dei panni bagnati”, mi dissero. Io risposi: “No, c’è della sabbia dentro”. Loro presero questa busta, c’erano anche dei carabinieri con la tuta bianca e la mascherina, e si misero a controllare. Quando poi si accorsero che era sabbia e che avevo grattato in terra per cancellare queste righe dei giochi dei bimbi, che poi in realtà erano tutte lì perché non c’avevo fatto niente, mi salutarono e andarono via. Però di questa cosa non c’è nessun resoconto da nessuna parte. Forse se ne sono dimenticati».
Sulla lite in casa, scoppiata la sera del 13 gennaio 2012, secondo l’accusa perché Roberta scoprì che l’amante al telefono con Antonio era Sara, il marito della Ragusa resta ancorata alla versione iniziale.
«Se ci fosse stata una lite così violenta, e ricordo che nostro figlio Daniele non ha sentito niente, che porta all’omicidio di una persona, poi questa persona cosa fa? Scappa - da quello che c’è scritto - in via Gigli e mi aspetta. Perché non è che io le vada dietro. Nel frattempo scende. E non è che va a chiedere aiuto. Avrebbe potuto chiedere aiuto a mio padre oppure uscendo sulla strada ci sono tutti i vicini, oppure - a mezzanotte - c’era ancora la scuola di ballo aperta, poteva andar su se qualcuno la seguiva e nessuno le poteva far niente. Non torna niente in questa cosa. Poi, siccome io sarei stato visto, avrei cambiato macchina: cosa sarebbe cambiato, cambiando macchina? Se mi hai visto, mi hai visto. E poi, cambiando macchina, Roberta - che è stata minacciata di morte - sta lì e mi aspetta? È inverosimile. Credo che cosa più incredibile di questa non ci sia».(p.b.)
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