Il reparto di Pisa che restituisce il sorriso ai bimbi
All’ospedale Santa Chiara c’è un reparto che ogni anno regala sorrisi a centinaia di bambini
All’ospedale Santa Chiara c’è un reparto che ogni anno regala sorrisi a centinaia di bambini. Edificio 15, la cupola del Battistero svetta tra i palazzi del nosocomio pisano: siamo a due passi da Piazza dei Miracoli e qui i miracoli avvengono davvero, grazie alla professionalità e alla passione del personale medico-sanitario impiegato. Si tratta di un ambulatorio multidisciplinare che cura la Labiopalatoschisi – meglio conosciuto come “labbro leporino” – sotto ogni suo aspetto. Il paziente, nella maggior parte dei casi, è un neonato di poche settimane nato con questa patologia, che intraprende fin da subito un percorso che coinvolge diverse professionalità: chirurghi, anestesisti, infermieri, psicologi, pediatri, otorino, ortodontista e logopedista. Il responsabile di questo centro all’avanguardia è Gian Luca Gatti, che ogni anno opera 300 bambini da tutta Italia, più altri con diverse malformazioni. Quello pisano è il centro italiano più forte: seguono i reparti di Milano, Roma e Vicenza.
Dottor Gatti, quando è nato questo reparto?
«Nel febbraio 2011, ma a Pisa ci occupiamo di “labiopalatoschisi” dagli anni Settanta, ad alti livelli. Oggi però abbiamo un reparto dedicato con specialisti ad hoc. Ci occupiamo del paziente a trecentosessanta gradi. Fino ai primi anni 2000 facevamo 60 interventi l’anno, poi siamo cresciuti notevolmente con pazienti che provengono in gran parte da fuori regione».
In cosa consiste questa patologia?
«I bambini nascono con il labbro aperto, da una parte o bilateralmente. La schisi può colpire il labbro, ma anche l’osso sotto e quindi la gengiva è tutta aperta. In altri casi invece è aperto anche il palato. In altri casi ancora il labbro è sano, esternamente non si vede niente, ma il palato è aperto: bocca e cavità nasale sono aperti quindi i piccoli mangiano male, alcune sostanze finiscono nel naso, c’è il rischio di rigurgiti. E soprattutto non riescono a succhiare, visto che il palato è l’unica cosa che ci consente di separare il naso dalla bocca e se è aperto ci impedisce di fare il vuoto. Sono tutti problemi che compaiono subito dopo la nascita. Dunque appena nati i bambini si alimentano male. Noi insegniamo alle madri come fare ad allattarli. L’associazione “Mamma aiuta mamma” ha dei consulenti in tutte le regioni italiane. Quando ci contattano le mamme che hanno partorito un bambino con labiopalatoschisi mandiamo a casa dei consulenti oppure, se abitano lontano, i nostri neonatologi le aiutiamo per telefono».
A quale età avviene la prima operazione?
«Normalmente i primi interventi si fanno nei primi mesi di vita: a tre mesi si opera il labbro insieme al nasino e a sei mesi il palato. Dopodiché il bambino viene seguito fino all’età adulta con altri interventi».
Quali sono i tempi di guarigione?
«A cinque giorni dall’operazione il bambino torna a casa e la mamma sa gestire tutto tranquillamente. All’uscita dalla sala operatoria, appena sveglio, il bambino o si attacca alla mammella della madre o prende il biberon. La tecnica nostra è super valida. Il vostro lavoro dà molte speranze. Un aspetto del nostro centro è proprio questo. Visitiamo molte mamme ancora col pancione e facciamo vedere loro i bambini operati, come funziona il reparto. È molto ben organizzato: ci sono le camerette, l’angolo con il forno a microonde, tutto è pensato per sentirsi a casa. Nel 2011 abbiamo volutamente creato un reparto dedicato alla labiopalatoschisi, ma ci occupiamo di quasi tutte le malformazioni esterne (circa 40 i pazienti ogni anno): chi ha problemi all’orecchio, chi nasce senza il padiglione auricolare, o con il naso bifido, problemi ai genitali o alla lingua. Sono tante le sindromi che la gente non conosce ma che sono curabili».
Da dove provengono i vostri piccoli pazienti?
«Ogni anno in Toscana nascono tra i 15 e i 20 bambini con labiopalatoschisi. Delle trecento operazioni che svolgiamo annualmente la maggior parte interessa bambini dal resto d’Italia, specialmente dal Sud».
Quante persone lavorano in questo ambulatorio di eccellenza?
«Io sono l’unico chirurgo strutturato nel reparto. Poi ci sono altri due chirurghi a contratto e una decina di specialisti: il neonatologo si occupa del piccolo fino a trenta giorni di vita. Dopodiché subentra il pediatra. Poi c’è l’otorino, visto che alla labiopalatoschisi possono essere associati problemi all’orecchio. Importante anche l’ortodontista perché crescendo il bambino ha bisogno di mettere l’apparecchio. Ci sono due anestetisti molto bravi; il genetista, altra figura rilevante perché tanti bambini hanno sindromi importanti dal punto di vista genetico: occorre sapere se le successive gravidanze della madre possono essere a rischio. Bisogna sapere se crescendo i pazienti hanno più rischi di insorgenza del problema. I nostri psicologi seguono i genitori e i piccoli, che crescendo possono avere problemi nell’interazione con i coetanei».
Sono migliorati i risultati delle operazioni?
«Certamente. Una volta si pensava solo a ricostruire il labbro e il palato. Oggi invece l’estetica è altrettanto importante quanto la ricostruzione».
Quali sono le preoccupazioni maggiori dei genitori che arrivano da voi?
«Intanto quella di affidare uno scricciolino di poche settimane a un chirurgo e a un anestetista. Mi metto nei loro panni. Rimaniamo in contatto con loro per telefono o via WhatsApp, non stacchiamo mai. Arrivano da noi tramite passaparola e si fidano. E la loro infinita riconoscenza ci ripaga di tutto il nostro lavoro».
Operate anche all’estero?
«Io e i miei colleghi facciamo tante missioni umanitarie in tutto il mondo: Sud America, Albania, tra poco andrò in Kenya. Ci diamo da fare. Operiamo bambini ma anche adulti, in Paesi in cui c’è ben poco. La priorità è risolvere chirurgicamente la malformazione. Ci sono capitati anche pazienti di cinquant’anni ancora con il palato aperto. Operiamo da diversi anni tanti bambini Saharawi, del campo nomadi del sud Algeria. Una collaborazione importante sostenuta dalla Regione. Sicuramente si può fare ancora di più».
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