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A SPASSO
Nella piccola cucina di casa sua, il silenzio è rotto solo dal ronzio della televisione. Nonno sospira, smette per un attimo di mangiare. «Che c’è?», gli chiedo, accorgendomi del suo sguardo vacuo....
Nella piccola cucina di casa sua, il silenzio è rotto solo dal ronzio della televisione. Nonno sospira, smette per un attimo di mangiare. «Che c’è?», gli chiedo, accorgendomi del suo sguardo vacuo. «Eh? Nulla - mi risponde, quasi risvegliandosi - pensavo al pollo». Guardo il petto spezzettato nel mio piatto. «Ah, al pollo». «Sì. Proprio al pollo. Quando ero piccolo e stavo nella fattoria di famiglia, mia nonna faceva un ragù così bono con le su’ budella! Me la ricordo con la pezzola in testa e lo sguardo severo, che, all’età che ho io ora, mescolava lentamente la polenta dentro al paiolo e poi, giù, la metteva sul tavolo, mentre mio nonno, il capofamiglia, tagliava la salsiccia. Il primo a potersi servire era lui, che ricopriva il ruolo più importante, poi gli adulti, dai primogeniti in poi, e, infine, noi bambini. Eravamo sempre gli ultimi, ci dovevamo arrangiare con gli avanzi lasciati dagli altri - se ce n’erano- e con il fondo della salsiccia. E ogni volta che mi lamentavo quante ne ho buscate…»
Fa un mezzo sorriso, prende un boccone, deglutisce. «Era così, prima, si mangiava tutto quello che veniva prodotto dai campi, non si buttava via nulla. Pensa che molte donne camminavano per le strade vendendo la frutta un po’ marcia che compravano a basso prezzo nei magazzini. Toglievano la parte toccata, pesavano il capo e lo rivendevano. Quante volte ho pranzato con uno dei loro aranci stretto tra due fette di pane!» Sospira, riprende fiato, poi sorride. «E pensare a quando eri te una bimba, ti ci volevo vedere a mangia’ polenta tutti i giorni, stucca com’eri!». Le nostre risate rimbombano nella stanza.
Alessia Lucchesi
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