Sicurezza
Logli parla dopo la condanna: «Spero che Roberta stia bene»
Caso Ragusa, il marito (20 anni anche in appello) conferma la versione dell’allontanamento volontario «Non vorrei che fosse stata segregata da qualcuno, ma alla fine non so davvero dove sia andata»
SAN GIULIANO TERME. «Se è ancora viva e lontana dalla sua famiglia spero almeno che stia bene. Non vorrei che si trovasse segregata da qualche parte. Comunque, davvero, non so che fine abbia fatto Roberta».
Antonio Logli parla. Non lo ha fatto nel corso dei due processi in rito abbreviato conclusi entrambi con una sentenza di colpevolezza: venti anni per l’omicidio e la distruzione del cadavere della moglie, Roberta Ragusa.
Gli resta solo la carta della Cassazione, che arriverà non prima della fine del 2019, per evitare il carcere.
Cambia strategia, Logli. Un’inversione di rotta di 180 gradi che arriva quando due Tribunali lo hanno giudicato colpevole. Non più la linea invalicabile del rifiuto totale a qualsiasi richiesta di commento su una storia di cui sono già stati scritti due atti.
Ritiene, il marito di Roberta, di dover dire la sua dopo anni durante i quali per spiegare scenari e ipotesi la voce dell’accusa ha superato quella difesa trovando ascolto in due gradi di giudizio.
Parla Antonio Logli dopo anni di silenzi. Da quel gennaio 2012 in cui la sparizione dell’imprenditrice di Gello pose le basi per costruire uno dei casi più controversi della cronaca giudiziaria di epoca recente.
Si concede alle telecamere l’impiegato dell’ufficio tecnico comunale di San Giuliano Terme. E lo fa nel corso del programma “Quarto Grado” in onda stasera su Retequattro.
In studio i suoi legali, gli avvocati Roberto Cavani e Saverio Sergiampietri. Lui non ci sarà. Il suo contributo arriverà sotto forma di intervista registrata nei giorni scorsi.
Per la prima volta da condannato, domande e risposte, Logli argomenta la sua tesi dell’allontanamento volontario della moglie.
Da lì non si muove. È il suo baricentro giudiziario e anche familiare con i figli schierati dalla sua parte. Una versione a cui i giudici finora non hanno creduto.
«Non so che fine abbia fatto Roberta - è il senso delle dichiarazioni innocentiste di Antonio –. Magari si trova in un posto lontano. Mi auguro che stia bene. Non vorrei che vivesse da segregata. A distanza di anni non sappiamo proprio cosa pensare».
In studio gli avvocati Cavani e Sergiampietri chiariranno, carte alla mano, quelli che sono stati i contenuti della difesa nelle due udienze che si sono tenute in Corte d’Assise d’Appello. Dall’inaffidabilità dei due testi, Loris Gozi e Silvana Piampiani, all’assenza del corpo e alle “scarse” indagini su ipotesi di incidente o allontanamento volontario. E soprattutto il rifiuto dell’assioma per cui in assenza di alternative alla decisione di voler andare via di casa, Roberta può essere stata uccisa solo dal marito.
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