Il Tirreno

Pisa

Il viaggio da mille rullini

di Sharon Braithwaite
Il viaggio da mille rullini

Yamashita parla della sua mostra su Marco Polo a Palazzo Blu

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PISA. Le foto scattate tra il 1999 e il 2000 da Michael Yamashita, sulle orme di Marco Polo, prendono vita grazie all’avvincente racconto del fotografo. Dal suggestivo scatto di piazza San Marco a Venezia, con la nave da crociera che entra in laguna lasciando esterrefatti i presenti, all’immagine del deserto del Taklamakan, dall’Afghanistan alla Cina: Yamashita affascina lo spettatore anche con la parola.

Dopo aver studiato Il Milione e, approfonditamente, la storia del celebre mercante italiano, Yamashita è partito nei primi anni Duemila da Venezia per dimostrare «una volta per tutte che Polo era stato in Cina» e smentire definitivamente i suoi detrattori. Un centinaio delle creazioni del fotografo californiano sono in mostra a Palazzo Blu fino al primo luglio: alcune di esse sono state illustrate con dovizia di particolari ieri pomeriggio da Yamashita, introdotto dal presidente della Fondazione Palazzo Blu, Cosimo Bracci, Torsi e dal curatore Marco Cattaneo, direttore dell’edizione italiana di National Geographic. «Siamo onorati di avere con noi Yamashita», ha esordito Bracci Torsi, mentre Cattaneo ha sottolineato la trentennale collaborazione dell’artista con la rivista che dirige. Tra gli aspetti più belli dell’incarico ricevuto dal National Geographic, Yamashita menziona la possibilità di vivere in Italia («amo questo Paese e la sua cucina») e quella di visitare Paesi che oggi sono inaccessibili a causa delle continue guerre.

«Come si può pensare che Marco Polo non sia stato in Oriente? Dobbiamo essere grati a lui per averci raccontato così tanti particolari geografici del suo viaggio. Nessuno prima di lui aveva intrapreso un’impresa simile – afferma Yamashita – I suoi detrattori sottolineano che nel Milione Polo non cita la muraglia cinese, ma il motivo è molto semplice: essa fu costruita duecento anni dopo la sua visita in Cina». In quasi due anni egli ha scattato circa mille rullini, pari a 36.000 foto. «Ho scattato in libertà, National Geographic non mi aveva dato limiti e così ho fatto. E pensare che oggi con la macchina digitale, decisamente più precisa e accurata, ne scatto 3, 4 volte in più. Forse avrei dovuto convertirmi prima», dice il fotografo suscitando le risate del pubblico.

Yamashita ha parlato delle avventure che lo hanno portato tra le impervie valli del Karakorum e nel deserto del Taklamakan, attraversando gli avamposti dell’antica Via della Seta, per raggiungere le terre della corte dei Khan. Lungo il suo percorso, il fotografo e regista pluripremiato, celebre per i reportage sui paesaggi e le leggende dell’Asia, ha cercato – e ritrovato – le atmosfere che dovevano avere accolto Marco Polo più di settecento anni fa, visitando località dove la vita continua a scorrere con lentezza e dove la modernità non ha ancora soppiantato le tradizioni del passato. «Prima di partire sapevo cosa volevo fotografare e così, quando sono stato a Venezia, sapevo di voler catturare l’entrata in laguna della Grand Princess – racconta Yamashita – Ho comprato una scala e l’ho posizionata nella piazza. Ad un certo punto due carabinieri si sono avvicinati per dirci che non potevamo star lì. La mia assistente è riuscita ad ammaliarli, ma dopo venti minuti sono diventati seri».

Per fortuna dopo pochi minuti e un ritardo «tipicamente italiano», la mastodontica nave da crociera è apparsa e al suono della sirena gli uccelli si sono alzati in volo. «Ho scattato in pochi secondi due o tre rullini da entrambe le fotocamere che avevo. La foto che ho scattato è andata ben oltre la visione che avevo». Un altro aneddoto riguarda lo scatto di quella che poteva essere la carovana di Marco Polo nel deserto dell’Asia centrale. «Quando siamo arrivati lì con la jeep sono rimasto deluso dalle centinaia di turisti presenti e dalle decine di dromedari numerati. «Lì non avrei potuto fare la foto che volevo e così ci siamo diretti verso est – dice ancora Yamashita – A un certo punto noto una duna: il sole evidenziava le ombre dei dromedari, dandomi modo di creare l’illusione di viaggiare nel 13esimo secolo». Nella fotografia d’autore conta innanzitutto la bravura e la capacità di cogliere l’attimo, ma anche la fortuna gioca un ruolo fondamentale. «Adoro fare foto nel maltempo, nelle tempeste di neve o sabbia», dice indicando una foto di uno dei mercati più ricchi dell’epoca. «Era aprile e da ero in una regione desertica, a diversi metri sul livello del mare. Se nel punto focale non fosse apparso quel signore con l’ombrello rosso, sarebbe stata una foto qualsiasi. Quel dettaglio l’ha resa speciale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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