Il Tirreno

Pisa

Lo scippo degli occhiali

Lo scippo degli occhiali

A Firenze ne attribuirono la paternità a un personaggio mai esistito

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L’invenzione, dal latino “invenire”, ovvero trovare o ritrovare, è l’idea, l’atto, il progetto che una volta messo in pratica determinerà un progresso o un miglioramento. Ci sono state anche invenzioni che hanno prodotto malefici e distruzione, ma qui possiamo senza dubbio dare la colpa all’uomo, alla sua malvagità e non all’idea. Focalizzando l’attenzione sull’invenzione o sull’inventore, si perde di vista tutto il processo di sacrifici e studi che ha portato, nel corso della storia, schiere di persone a indagare, cercare, fallire. E anche quando l’invenzione è balzata fuori, c’è sempre stato qualcuno che ne ha millantato la paternità. Non a caso in ogni nazione sorsero gli Uffici dei Brevetti. Ci fu un’epoca in cui la nostra città fu anche culla delle scienze e dell’alto ingegno, un luogo ideale per inventare, ma nella stessa epoca ci fu un’altra città che tentò di rubare la paternità di ogni cosa.

Oggi a Pisa, è vero, “c’è pieno di inventori del buo alla onca”, ma ciò non autorizza nessuno, fiorentini compresi ad appropriarsi dell’altrui gloria. Indegno millantatore e falsificatore della storia, il fiorentino Ferdinando Leopoldo Del Migliore nel suo libro del 1684 “Firenze città nobilissima illustrata” attribuì l'invenzione degli occhiali a un suo concittadino, tale Salvino degli Armati, uomo mai nato e vissuto.

Qualche anno dopo un altro fiorentino, Domenico Maria Manni, scrisse addirittura un saggio su Salvino degli Armati (ripeto, mai esistito), e la sua presunta invenzione. Nel 1841 nella chiesa di Santa Maria Maggiore in Firenze venne eretto un monumento all’inventore degli occhiali, il mai nato Salvino a cui era stata attribuita invenzione, nascita, morte e pure epigrafe: “Qui diace Salvino D’Armato degli Armati di Firenze, inventor degl’occhiali Dio gli perdoni la peccata Anno D.MCCCXVII”.

La bugia era talmente grossa, che mal fu digerita dagli intellettuali e già nel 1920 Isidoro del Lungo, fiorentino, che però aveva studiato a Pisa (quindi l’aria col salmastro è benefica, si ricordi), dichiarò che l’invenzione degli occhiali ad opera di Salvino era essa stessa un’invenzione. Quale la verità, dunque? Noi pisani la conosciamo?

Il monaco pisano Giordano da Rivalto del monastero di Santa Caterina d’Alessandria, era talmente erudito che insegnò e predicò a Firenze, Bologna, Colonia e Parigi. Durante una sua predicazione il 23 febbraio del 1305 in Firenze, affermò che conosceva l’inventore degli occhiali, ma non ne fece il nome. Nella sua orazione affermò che “si trovò l'arte di fare gli occhiali che fanno vedere bene, ch'è una delle migliori arti e delle più necessarie che 'l mondo abbia, ed è così poco che si trovò: arte novella che mai non fu... io vidi colui, che prima le trovò, e fece. Pochissimo tempo dopo, nel 1313 nel monastero di Santa Caterina in Pisa moriva il monaco Alessandro della Spina e di lui fu scritto: “modesto e buono, il quale quello che fatto vedeva sapeva egli rifare. Gli occhiali (ocularia) che altri per primo aveva fatto e non voleva comunicarne il segreto, fece”.

Giordano da Rivalto e Alessandro della Spina erano pisani e confratelli, vissero per lungo tempo nello stesso convento. Se Giordano fu esuberante e colto, Alessandro ci appare come un uomo mite, un “omino tuttofare” che ciò che vedeva, sapeva ricostruire. Ma era anche geloso delle sue cose e non voleva (chiamiamolo diritto d’autore), svelarne i segreti.

E così, la storia ormai lo ha acclarato ed è bene che in Pisa si ricordi, Giordano nei suoi viaggi vide verosimilmente in Venezia i maestri vetrai che producevano le “lapides ad legendum”, ovvero delle semisfere di cristallo che venivano usate come lenti di ingrandimento. Ne parlò ad Alessandro che subito si mise all’opera. La prima costruzione di occhiali, montatura e lenti applicate, si fa risalire al 1285. Doveva essere tale e tanto sentito il problema della presbiopia negli adulti, che in breve gli occhiali presero a circolare e soprattutto ad essere anche rappresentati in pitture e miniature.

Umberto Eco, che di storia se ne intendeva, ambientando il suo romanzo “Il nome della Rosa” nel 1327, fa indossare a Guglielmo di Baskerville un paio di occhiali. Ricorderete di sicuro la magistrale interpretazione di Sean Connery nella trasposizione cinematografica di Jean-Jacques Annaud. E così, per dovere e per orgoglio e onestà intellettuale, il mondo sappia che gli occhiali, sono roba nostra e il mai nato Salvino degli Armati riposi in pace.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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