Sicurezza
«L’ho trovato seduto con gli occhi sbarrati»
Il racconto dell’amico e primo soccorritore negli spogliatoi «Aveva detto di essere stanco, ma non ha voluto l’ambulanza»
SAN GIULIANO TERME. «L’avevo accompagnato negli spogliatoi a fine partita perché mi aveva detto che era stanco. Sono uscito per salutare gli altri ragazzi e quando sono tornato, neanche trenta secondi dopo, l’ho trovato seduto con gli occhi sbarrati. Corpo e mani rigidi».
Manuel Bandini è stato il primo a soccorrere Pietro Bellè, «Amico? Per me era un fratello». È stato lui a dare l’allarme e avvertire il responsabile della struttura di Asciano “Five to Five”, Giorgio Ciampi di prendere il defibrillatore e chiamare il 118.
La serata chiusa in tragedia era iniziata con la più spontanea delle rimpatriate tra amici con il calcetto a fare da collante. Un pretesto per stare insieme e concludere quelle ore di svago con una pizza. Un’aspettativa segnata da un lutto che ha lasciato senza parole la comunità sangiulianese dove la famiglia è conosciuta e stimata.
Pietro Bellè non amava il calcio. Ma per rivedere la compagnia aveva accettato l’invito dell’amico fraterno Manuel.
«La scorsa settimana lo avevo chiamato, ma la sua risposta era stata negativa – ricorda Bandini –. L’altro giorno, invece, aveva accettato. Gli faceva piacere rivedersi ogni tanto». Viene fissato il campo. Dalle 20 alle 21 al centro di Asciano, ritrovo per gli appassionati del calcetto non solo della zona.
L’amico prosegue nel suo racconto, «ogni dettaglio ce l’ho scolpito in testa» rimarca.
«Dopo circa una mezz’ora siamo un po’ tutti con il fiato corto – riprende –. Facciamo uno stop. Pietro dice di essere stanco e che vuole andare in porta. Dopo cinque minuti va a sedersi in panchina. La partita finisce e gli vado vicino. “Come ti senti?” gli chiedo. “Sono stanco” mi ripete. Ciampi gli offre un Gatorade. Ma non lo vuole. Allora gli porta acqua e zucchero. Beve e poi confida: “Prima in campo avevo il braccio sinistro un po’ indolenzito”. Quando gli dico che è meglio chiamare l’ambulanza mi risponde: “No, non importa. Ora sto meglio, mi riprendo”. A quel punto andiamo a fare la doccia».
Il gruppetto lascia l’erba sintetica con Manuel e Pietro che si dirigono verso gli spogliatoi. Bandini presta l’accappatoio all’amico e torna indietro per salutare gli amici. Quando torna viene travolto da un’immagine che lo terrorizza. Una sberla che dura per lunghissimi minuti.
«Pietro è seduto con gli occhi sbarrati – racconta –. Lo chiamo più volte, ma non risponde. Mani e corpo sono rigidi. Avverto Ciampi e partono i primi soccorsi. Nel frattempo con un infermiere in pensione lo adagiamo a terra, con un asciugamano sotto la testa e le gambe alzate. Nel giro di qualche minuto arriva un cardiologo che aveva giocato prima di noi. Iniziano con i massaggi e il defibrillatore. Non ricordo cosa mi abbia detto Pietro poco prima di perdere conoscenza. Credo che non si sia accorto di quello che gli stava capitando».
I soccorritori del 118 praticano iniezioni di adrenalina e ancora defibrillatore. Intorno alle 21,30 il cuore di Pietro si spegne. È il momento della disperazione più nera. Manuel avverte i familiari che si precipitano ad Asciano. La voce si diffonde in paese con il tam-tam di Facebook e nel giro di un amen il “Five to five”, che ieri è rimasto chiuso in segno di lutto e rispetto per Pietro, si riempie con decine di amici e conoscenti di quel giovane dall’aria scanzonata a cui era impossibile non voler bene.
«Pietro era una persona socievole e solare – è il ricordo dell’amico che lo ha visto morire –. Uno di cuore che accettava anche di giocare a calcetto, sport a cui non era per niente interessato, pur di stare con gli amici. Mi conforta avere la consapevolezza che è stato fatto di tutto per strapparlo alla morte».
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