Il Tirreno

Pisa

Lo Stato continua a pagarla ma lei rifiuta lo stipendio

di Pietro Barghigiani
Lo Stato continua a pagarla ma lei rifiuta lo stipendio

Ex collaboratrice scolastica licenziata a dicembre riceve ancora le mensilità «Quei soldi non mi spettano, ho già l’indennità di disoccupazione dell’Inps»

4 MINUTI DI LETTURA





PISA. Ogni mese riceve uno stipendio per un lavoro che non svolge più e per il quale viene pagata un’altra persona. E ogni volta si presenta a chi autorizza il saldo ricordando che lei quei soldi non li vuole. Non solo perché non ne ha diritto, visto che percepisce già un’indennità di disoccupazione, ma nel paradosso di una situazione da antologia della burocrazia ottusa quei compensi le provocano pure un danno.

È la storia di Violetta Marzi, 57 anni, di Pisa, già collaboratrice scolastica al Russoli, disoccupata dal 7 dicembre scorso. Documenti alla mano il ginepraio in cui è finita la donna svela quanto gli apparati dello Stato viaggino in parallelo senza sapere l’uno dell’altro. Ciechi di fronte a un’irregolarità di cui magari un domani le chiederanno conto con la perentorietà della pubblica amministrazione, sordi alle ripetute segnalazioni della beneficiaria involontaria di stipendi non dovuti. Succede che il Ministero dell’Economia e Finanze, con la sua emanazione pisana della Ragioneria territoriale, liquidi alla Marzi uno stipendio in aggiunta a quanto l'Inps paga da febbraio alla donna di Naspi dopo verifiche sull’effettivo licenziamento.

Sì, perché dagli atti avuti da alcuni uffici del ministero dell’Istruzione la donna risultava in servizio, mentre in mano aveva l'atto di licenziamento da parte di altri uffici dell’ex Provveditorato. Non è capitato per un mese, rimandando a una eventuale correzione in corso d’opera la modificata condizione della ex collaboratrice scolastica da dipendente a disoccupata. Accade da dicembre e non ci sono segnali di inversione di rotta.

«Per i primi due mesi mi è stato risposto che era colpa del sistema che utilizza i dati pregressi – spiega Violetta Marzi –. A febbraio e marzo mi era stato detto che avrebbero provveduto. Siamo arrivati ad aprile e ancora “piovono soldi” su un conto cointestato che vogliamo chiudere. Vorrei restituire le somme, ma non mi dicono come fare». Mostra i cedolini di cinque mensilità (sui 1.200 euro netti), compresa la 13a, da dipendente e la Naspi (sui 900 euro) da disoccupata. Un corto circuito alimentato dagli automatismi di quella filiera del pubblico impiego che si nutre di formalismi refrattari al buonsenso. Non è l’unica stravaganza in una vicenda in cui l’ex collaboratrice scolastica, portatrice di handicap e alle prese con varie patologie, è arrivata al punto di scrivere alla Ragioneria territoriale dello Stato per ricordarle che sta riscuotendo soldi che non le spettano e che devono correggere l’errore. Ha telefonato anche alla Corte dei Conti e a Roma al servizio che prepara i cedolini. «Sia l'uno che l'altro non possono farci nulla – riferisce –. Mi è stato risposto che il danno erariale lo può denunciare un'amministrazione e non un privato». Chi compila i cedolini le ha consigliato di rivolgersi alla Ragioneria territoriale. Un cane che si morde la coda. «Non solo c’è un danno all’erario - prosegue Marzi - ma questa situazione danneggia anche me. Primo, perché risulto disoccupata e percepisco la relativa indennità. Secondo, non posso chiedere gli assegni familiari che mi vengono dati con gli stipendi ma che dovrò restituire, l’Isee si alza e mi esclude dall’usufruire di eventuali agevolazioni, la certificazione unica ha dati "sballati". Da aggiungere che la Naspi va in base alle retribuzioni che a tutt'oggi non sono state allineate a quanto avrei dovuto percepire nei mesi di reintegro. Mia figlia non potrà accedere a una borsa di studio perché risulto avere un reddito eccessivo. È una situazione assurda, anche perché quei soldi prima o poi dovrò restituirli, magari lordi. In contrapposizione ho somme da avere, che dovrebbero andare a tassazione separata, accumulati nel tempo di cui non riesco ad avere notizie (liquidazione ferie non prese, differenze di livello). Rischiano poi di essere inglobate in un unico cedolino-minestrone senza che si riesca a capire nel dare-avere se i conti tornano e darne poi comunicazioni chiare all'ufficio delle Imposte».

Il percorso professionale di Violetta Marzi è stato lastricato di ostacoli per le sue condizioni di salute. A causa di un cumulo di assenze per malattia nel maggio 2015 viene licenziata. Lavorava al liceo Carducci.

«Considerarono l’assenza per l’incidente in cui rimasi coinvolta come malattia anziché un infortunio in itinere perché ne chiesi, concessa, la causa di servizio» chiosa. Fa ricorso al giudice del lavoro e viene reintegrata come collaboratrice scolastica, costretta a lasciare, prima della scadenza, un contratto annuale come assistente amministrativo. Nel settembre scorso riparte come collaboratrice scolastica al Russoli. A dicembre di nuovo il licenziamento per effetto dell’impugnazione vinta dal liceo Carducci. Il 6 dicembre è l’ultimo giorno di lavoro. «Il primo settembre dovrei rientrare come assistente amministrativo, avendo fatto domanda per quella graduatoria – prosegue –. Sono invalida al 46 per cento, ma ho fatto richiesta per vedermi riconosciuto l’aggravamento visto che a suo tempo non misi tutte le patologie che avevo e a cui se ne sono aggiunte, purtroppo, altre. Chiederò poi la visita per andare in pensione». Non c’è solo la salute precaria da dover tenere d’occhio nell’agenda quotidiana di Violetta. Per quelle chimiche dell’assurdo che solo la burocrazia riesce a miscelare deve anche combattere contro lo Stato per non ricevere più uno stipendio che non le spetta.

Un’ingiustizia paradossale di cui sembra essersi accorta solo lei.



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa