Il Tirreno

Pisa

Quell’innata ironia dei pisani

Quell’innata ironia dei pisani

Con la morte di Peluso lo studio del vernacolo non dovrà venir meno

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Giancarlo Peluso ci ha lasciati poche settimane fa, ma era già annoverato di diritto tra le leggende pisane per la quantità e la qualità della sua produzione poetica e teatrale nell’ambito della cultura vernacola locale. La sua caratteristica voce, rauca e possente, era solita apostrofare sul palcoscenico la «Sòra `Olomba» (interpretata dall’inseparabile compagno di scena e amico Atos Davini) in esilaranti battute, lui che interpretava invece la «Sòra Cesira» da sempre.

Peluso era nato a Pisa nel popolare quartiere di Sant’Antonio il 21 agosto 1927; si era diplomato ragioniere e aveva lavorato in uno studio privato fino al 1988, anno del suo pensionamento. Ma la sua vita parallela era il teatro e il vernacolo pisano, tanto da poter essere considerato il più importante autore contemporaneo di commedie popolari, nonché guida e anima insostituibile della conosciutissima “Brigata dei Dottori”, con un successo di pubblico attestato da migliaia di repliche all’insegna del “tutto esaurito” e da premi e riconoscimenti in tutta Italia.

Fu appena dopo la guerra, nel 1946, che Giancarlo si accostò al teatro vernacolo al fianco di due mostri sacri dell’epoca come Giulio Pinori Aldo Podestà e firmò subito la sua prima commedia (Arte e miseria). In breve tempo prese per mano le redini del gruppo teatrale interpretando i ruoli principali di tutto il repertorio, fino a scoprirsi, tra gli anni Settanta e Novanta, autore di copioni di assoluto successo: La gita premio (1975), La cèa pettegola (1977), La di…vino ‘ommedia (1978), La ‘otta (1980), Zibaldone Pisano (1981), L’assïurazione (1982), Le ‘òrna (1983), La scatola ‘hiusa (1985), La girandola (1993), La malintesa (1996). Un aspetto particolare relativo ai testi del Peluso è la predilezione dimostrata per l’utilizzo della comparazione iperbolica a scopo esplicativo, di cui è ricca la sua produzione (“ciaveva ‘diti ‘ome le ‘hiavi ‘ngresi”, “c’è già una ‘oda pare una prolunga”, “una cïatrice rossa pareva prosciutto di Parma”…), in linea con uno stile sempre semplice ed essenziale, volutamente privo di fronzoli.

Commedie a parte, Giancarlo è stato anche autore di numerosi monologhi (celeberrima tra tutti «La gita ar mare») e poesie; il tutto raccolto in volumi di pregio come Granchiassecchi, Pizzïotti e Pupurrì. È stato un assiduo collaboratore del trimestrale «Er Tramme» diretto da Benozzo Gianetti, nonché partecipante immancabile ai revival delle grandi operette degli anni Novanta al teatro Verdi di Pisa. Negli ultimi anni, nonostante la voce lo avesse abbandonato, non smetteva mai di stare accanto alla sua Brigata, né mancava mai alle cene organizzate dai giovani del Crocchio Goliardi Spensierati, agli incontri letterari e alle comparsate al teatro Verdi in cui lui stesso era il primo a divertirsi.

Il grande valore aggiunto che ci ha lasciato è stato quello di incarnare il parlare vivo della città di un tempo e di mantenere a galla l’ironia innata nei pisani di una volta, con la quale sapeva tirare fuori da ognuno di noi un sorriso da situazioni di ogni genere. La scomparsa di Giancarlo Peluso, considerato unanimemente la massima voce popolare pisana nell’ambito della prosa, lo fa entrare automaticamente nell’Olimpo della tradizione vernacola pisana, dove ritroverà i vari Fucini, Birga, Sartori, Bellatalla, Chiellini, Pasquinucci, Raspolli Galletti, Allamandri, Casini, Terreni, Testi, Burgalassi, M. Stefanini… Ma soprattutto Marisa Marchetti, sua moglie e anch’ella scrittrice di poesie popolari.

Questo doveroso omaggio a Giancarlo deve far aumentare la consapevolezza che la sensibilità e lo studio del vernacolo pisano, di cui Peluso è stato grande appassionato e protagonista, non devono mai venir meno.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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