Il Tirreno

Pisa

Giudice di pace sempre più precario

di Antonio Scuglia
Giudice di pace sempre più precario

A Pisa tre magistrati dove ce n’erano undici e un carico di lavoro insostenibile: parla il coordinatore Bruno Neri

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PISA. Tre giudici dove ce n’erano undici, la chiusura dell’Ufficio di Cascina, il “pensionamento” forzato sette anni prima e, all’orizzonte, una riforma che porterà il compenso annuo lordo a 16mila euro, con un carico di lavoro che impedirà ai giudici di svolgere un’altra professione.

Quando si parla di precariato, l’ultimo lavoro che verrebbe in mente è quello del magistrato. Eppure il lavoro precario è un tratto distintivo dell’organo giudiziario più vicino al cittadino, quello del Giudice di pace dove si discutono le controversie più “quotidiane”: quelle che riguardano le multe (più precisamente “sanzioni amministrative”), i decreti ingiuntivi, gli incidenti stradali... Solo a Pisa, più di mille l’anno. Eppure, aumentano le cause e diminuiscono i giudici, i cui compensi sono oltretutto risicati.

Il grido d’allarme giunge dal giudice pisano Bruno Neri, che è anche avvocato del Foro di Livorno, dopo che una puntata di Report sui giudici onorari ha mostrato come la magistratura onoraria regga il sistema giustizia nel nostro paese, consentendo di liberare i magistrati togati da tutti quei processi cosiddetti “minori” che paralizzerebbero la loro attività, e così riconoscendo il diritto dei cittadini a ricevere giustizia.

Nell’occasione il Ministro Guardasigilli Orlando, ricorda Neri, non ha voluto rispondere ai giornalisti insieme al segretario della Anm su aspetti riguardanti il diritto al riconoscimento alla contribuzione e ad una retribuzione adeguata e sulla durata dell’incarico, favorendo, al contrario, il varo di una legge che andrà a regime tra qualche anno che va nel senso opposto di ciò che i giudici onorari chiedevano.

Con la legge istitutiva del giudice di pace, quella del 1991, si tennero fuori tutti gli avvocati dalla funzione di giudice; a questa scelta iniziale si rimediò solo con il concorso del 1998. «In un tale contesto - dice il giudice Neri - effettivamente io, come molti altri avvocati, considerai e vissi questo impegno come un “contributo” dell’avvocatura all’amministrazione della giustizia».

Quando Neri assunse le funzioni alla fine del 2001, a Pisa c’erano undici giudici di pace con un carico di lavoro (peraltro all’inizio limitato al settore civile) che consentiva agevolmente lo svolgimento dell’attività giudicante contestualmente all’esercizio, in altro luogo, della professione forense. Ma col passare degli anni questa situazione è cambiata per vari fattori, con la diminuzione del numero dei giudici a seguito del raggiungimento dell’età massima, fissata sino a qualche tempo fa a 75 anni, la soppressione di alcuni uffici (come Cascina), e infine l’improvvisa e traumatica decisione di dichiarare la cessione dalle funzioni tutti i giudici di pace che avessero raggiunto il sessantottesimo anno di età.

E oggi a Pisa il numero dei giudici è crollato a tre, che si occupano sia del ruolo civile che di quello penale: «È del tutto ovvio che tutto ciò ha portato a dei carichi di lavoro incredibili e non più compatibili con la possibilità di svolgere, come attività principale, altrove, la professione forense. E per Pisa è stato messo a concorso un solo posto di giudice di pace onorario».

Questa è la situazione, rileva il magistrato. E la prospettiva, secondo i dettami della riforma, è quella di aumentare ancora i carichi di lavoro portando, ad esempio, la competenza per valore da 5mila a 30mila euro, affidando ai giudici onorari di pace anche altre funzioni (che peraltro altri giudici onorari, i Giudici onorari di tribunale, stanno da anni svolgendo nell’ambito del processo esecutivo).

Chiede con amarezza il giudice: «Come si può pensare, a questo punto, di non riconoscere il diritto ad una contribuzione ed ad una giusta retribuzione (a regime si vorrebbe riconoscere un compenso annuale di 16.140 euro lordi!) e pensare di sfruttare al massimo questi lavoratori qualificati senza di fatto consentir loro lo svolgimento di altra attività per poi dirgli, dopo otto anni, arrivederci e grazie? Parlare di incentivo e sfruttamento del precariato è dir poco!».

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