Il Tirreno

Pisa

Finanziere-ricettatore indagato con il figlio

di Pietro Barghigiani
Finanziere-ricettatore indagato con il figlio

L’accusa: vendevano a prezzi ridotti telefonini rubati

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PISA. Uno è un finanziere, sospeso da tempo, per anni in servizio nella caserma di Pisa.

L’altro è il figlio, studente universitario. Li accusano di trafficare in telefoni rubati e per questo sono anche finiti nei mesi scorsi agli arresti domiciliari con l’accusa di ricettazione continuata.

Per garantire la bontà dell’affare, illecito ma conveniente a livello economico, sottolineava l’appartenenza alle forze dell’ordine. Una sorta di bollino di qualità che stride con le contestazioni che vengono mosse dalla Procura di Lucca al maresciallo Giovanni Lagna, 50 anni, residente a Capannori, già in organico alle fiamme gialle pisane, considerato un prolifico venditore di telefonini e materiale elettrico dall’origine non proprio cristallina. Il figlio lo aiutava.

Fu un servizio delle “Iene” nel marzo 2017, a metterlo alle strette confessando un business illegale e promettendo «di prendere soldi solo dall’amministrazione per cui lavoro».

Un filmato che prima il gip, poi il Tribunale del Riesame e, infine, la Cassazione ha ritenuto solido nella rappresentazione di una responsabilità che ha perlomeno imposto le misure cautelari degli arresti.

A fornire il materiale video, con significative ammissioni del sottufficiale, era stato l’acquirente di alcuni cellulari, residente in Valdinievole, che alla fine si era ritrovato sotto inchiesta per ricettazione quando avevano scoperto che i telefonini comprati dai Lagna erano stati rubati.

Stessa denuncia per la figlia, a cui il papà aveva donato l’apparecchio telefonico dopo averlo pagato almeno un terzo del suo valore commerciale pensando di farle un regalo che poi si era rivelato un corpo di reato.

Ma l’episodio era solo un esempio di quello che per la Procura e tre giudici, anche collegiali, ritengono sia il “sistema Lagna”.

Ai domiciliari era finito anche un complice, residente a Pescia, indagato con altre persone, alcune delle quali di Cascina, coinvolte nel giro alimentato dai furti ai corrieri e nei negozi.

La fonte primaria dell’approvvigionamento era quella.

Poi la parte “commerciale” spettava a Lagna, conosciuto e ritenuto affidabile anche per la divisa che portava.

L’inchiesta è della squadra mobile lucchese che ha consegnato tutte le informative alla magistratura per l’emissione delle misure cautelari eseguite nell’estate scorsa.

Oltre a Giovanni Lagna anche il figlio Andrea, 20 anni, è incappato nelle indagini.

La sua posizione è meno compromessa rispetto a quella del padre. E, infatti, dopo i domiciliari il Tribunale del riesame gli ha concesso l’obbligo di firma due volte alla settimana.

Gli vengono contestati solo due episodi di ricettazione, peraltro ripresi nel video girato dall’acquirente dalla cui denuncia alla Procura pistoiese è partita l’inchiesta.

Tra il materiale trattato, dal gruppo con il finanziere al vertice, gli inquirenti si sono imbattuti anche in 4mila interruttori elettrici rubati dal complice di Pescia e pronti a essere venduti a prezzi stracciati.

L’attività, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, trovava il suo sbocco naturale sul web.

La vetrina digitale subito.it era il negozio virtuale a cui i compratori si rivolgevano a caccia di un’occasione.

La Cassazione, nel respingere il ricorso contro i domiciliari per Giovanni Lagna, scrive che esiste «un grave pericolo di reiterazione di condotte analoghe dalle connotazioni non estemporanee dei fatti, sintomatici di una condotta seriale e professionale, e della gravità degli stessi, avendo il Lagna ripetutamente sfruttato la sua qualifica di appartenente alla Guardia di finanza».

In un’occasione per tranquillizzare un “cliente” aveva pure estratto il tesserino al momento di concludere l’affare.

Nel corso dei riscontri, solo per il 2016, sono stati censiti 188 annunci di vendita di materiale per un valore complessivo vicino ai 60.000 euro.

«L'intensità del commercio durante le feste di fine anno è comprovata da significative intercettazioni» sottolinea la Suprema Corte per il finanziere accusato di arrotondare lo stipendio vendendo telefonini rubati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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