Il Tirreno

Pisa

«Evitabili nove morti su dieci»

di Candida Virgone
«Evitabili nove morti su dieci»

Violenza di genere, parla il magistrato Fabio Roia ospite di un convegno alla Normale

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PISA. È un bollettino di guerra quello che vede madri e figlie sparire dal mondo sotto i colpi di uomini che dicevano di amarle. Ed è un proliferare di stereotipi che parlano di insospettabili “brave persone”, di processi che mettono sotto accusa presunte vittime, di assoluzioni sociali associate ad un lessico improponibile fatto di ossimori, per cui l’amore è criminale o malato e chi uccide dopo anni di botte, magari, lo fa in preda ad un raptus. E per quanto si dica basta, questa strage non accenna a scemare. A meno che non si cominci a mettere in atto provvedimenti veramente capaci di invertire una tendenza, quella della violenza sul mondo femminile. Un fatto culturale, ormai lo si è chiarito, in cui dovrebbero intervenire due agenzie educative fondamentali, la famiglia e la scuola. Se ne parla oggi alla Normale (dalle 15 in Sala Azzurra), in un convegno organizzato da Miriam e Patrizia Pagliarone, a cui interverrà, insieme ad altri esperti, un magistrato specializzato su questo fronte, Fabio Roia, del tribunale di Milano.

Dottor Roia, la strage senza fine a cui assistiamo da anni a volte fa sentire la società spettatrice impotente di storie che sembrano senza via d’uscita.

«Non è proprio così: nove volte su dieci queste morti, a mio avviso, potevano essere evitate. In molti casi non si è chiesto aiuto, mentre la domanda di supporto, ad esempio ai centri antiviolenza, e la successiva denuncia mettono in moto un sistema che porta allo strumento più idoneo per la tutela della sicurezza. Le donne devono capire che da sole non è possibile farcela. Le denunce, poi, vanno istruite in maniera appropriata sia da parte della polizia giudiziaria che del pm, e chi ha trascurato di agire con perizia è responsabile di quel che accade. I casi vanno approfonditi per mettere il violento in condizioni di non nuocere, o attraverso la custodia cautelare in carcere, o con il divieto di avvicinamento. Il tutto ovviamente in pochi giorni, perché mettere, ad esempio, una donna in una casa-rifugio per sei mesi è una forma di violenza secondaria».

Eppure molte, troppe volte accade che proprio durante il divieto di avvicinamento un uomo uccida.

«È in atto la creazione di uno strumento normativo che preveda per il giudice, proprio nei casi di violenza di genere, l’affiancamento di un esperto che lo aiuti a leggere il profilo del maltrattante, il quale non può essere giudicato come altri imputati. Si tratta di persone spesso incensurate ma non per questo meno pericolose, capaci di manipolazione, suggestione, negazione e minimizzazione. In questo senso la commissione parlamentare di inchiesta sui femminicidi, presieduta dalla senatrice Francesca Puglisi, ha finito il suo lavoro con una proposta di legge riguardante l’affiancamento di uno specialista al magistrato. Pensi che solo il 13% dei giudici italiani è specializzato in materia».

E in attesa della legge?

«Molto si sta facendo. Il 12 e 13 aprile il Csm ha convocato a Roma tutti i procuratori capo e i presidenti dei tribunali ordinari e di quelli minorili per illustrare le direttive riguardanti le nuove risoluzioni sulla violenza domestica».

La violenza di genere è sempre esistita e in misura costante: quello che è cambiato, solo negli ultimi decenni, è stata la denuncia di vicende che prima venivano nascoste fra le pareti domestiche, e il desiderio di poter ottenere giustizia ma i processi si concludono spesso con un nulla di fatto.

«Si tratta di un fenomeno in emersione e le cause delle assoluzioni sono molteplici. La prova principale è ad esempio la narrazione della vittima che deve essere ascoltata il prima possibile: chi si rifà una vita e magari testimonia a tre-quattro anni da una denuncia, minimizza e ritratta portando al pregiudizio del giudice inesperto che non sa valutare l’ambivalenza della donna, meccanismo tipico del ciclo della violenza. Poi è anche vero che spesso si tende a fare il processo a chi denuncia, circa abbigliamento, stile di vita o assunzione di alcol, e magari ci si dimentica di mettere un paravento fra questa persona e l’imputato. L’immediatezza, l’attuazione degli strumenti normativi esistenti e un lavoro di rete efficace con supporto legale, psicologico, abitativo, economico e lavorativo alle donne colpite sono le soluzioni che hanno portato anche al salvataggio di tante vite, di cui si parla meno. È necessaria appunto la creazione di una cultura diversa».

Certo molte cose sono cambiate rispetto al passato ma il processo appare troppo lungo

«È vero: si ha la sensazione di svuotare l’Oceano con un cucchiaino forato, si fanno tanti passi avanti e tanti indietro, ma bisogna continuare a lottare».

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