Gioco
Che la mimosa non si trasformi in foglia di fico
La psichiatra Dell’Osso: «Riflettiamo sui disturbi traumatici da stress causati dalle violenze»
PISA. Per poco, nelle settimane scorse, non si è ritrovata candidata alla Camera dei deputati per il Pd. Dopo il gran rifiuto dell’ad di Toscana Aeroporti Gina Giani, il suo nome rimase sullo scacchiere di Matteo Renzi per mezzo pomeriggio, poi saltò fuori la sindaca di Calcinaia Lucia Ciampi. La professoressa Liliana Dell’Osso, quindi, si tiene lontana dalla politica e continua a dedicarsi con la medesima passione alla direzione della clinica psichiatrica dell’Università di Pisa.
Professoressa Dell’Osso, cos’è oggi l’8 marzo per una donna?
«Un’occasione per ricevere mimose, per salire su un podio e parlare di quanto sia necessario ribadire e rafforzare l’emancipazione. Siamo abituati a radunarci, un giorno all’anno, per rinnovare un patto sulla promozione della donna, chiamando a raccolta politiche, economiste e - perché no? - scienziate. È davvero ciò che serve? Queste iniziative, beninteso, non sono inutili. Anzi, può essere opportuno ricordare i passi che ci hanno condotto dalle prime marce “al femminile” ad un impegno concreto per la parità di genere, inizialmente nel diritto pubblico, poi in quello privato e, infine, sul lavoro. Tuttavia, il ramo di mimosa, alla fine, è un’illusione. Quasi che si tratti del ramo d’ulivo portato da una colomba in volo, pare il segno di una tempesta passata. L’epoca delle case di correzione per giovinette, degli abusi fra le mura domestiche, delle orribili disuguaglianze nelle fabbriche fumose di fine Ottocento è passata: merito di studiose, letterate e poetesse che, con lo sguardo rivolto al futuro, ci osservano da vecchie fotografie ingiallite. Oggi, per fortuna, il mondo è diverso: migliorabile, certamente, ma almeno in parte migliore. Questo è, mi pare, il significato del ramo di mimosa: non dimenticare ciò che è stato fatto sino ad oggi, in quanto è un importante passo per la società».
Un progresso, una sensazione certamente rasserenante e tranquillizzante, che però non regge all’attenta analisi delle più recenti statistiche. Non le sembra?
«Ancora oggi, purtroppo, avvengono sul territorio italiano 11.400 atti persecutori all’anno, in cui l’81% delle vittime è di sesso femminile. E cosa c’è dopo la persecuzione? Molto probabilmente i 108 femminicidi e i 3.759 casi di violenza sessuale. Un numero che, nel 2018, potrebbe essere in aumento, stando ad alcuni dati divulgati dalle forze dell’ordine. Quello che il rametto di mimosa nasconde, quindi, è un problema strutturale ancora presente nella società occidentale. Le statistiche costringono a concentrarci sulla più detestabile di queste forme di violenza, ovvero quella domestica, oggetto di indagine scientifica con il nome di Intimate Partner Violence (Ipv). Solo in Toscana, nel campione di 18.939 donne che si sono rivolte per la prima volta ad un Centro Antiviolenza, l’83% ha denunciato un caso di Ipv. Questo fenomeno ha importanti ricadute sulla salute fisica, facili da immaginare: contusioni, fratture, danneggiamento di organi interni, traumi cerebrali ed, infine, la morte. Non mancano i casi di malattie sessualmente trasmesse (prima fra tutte l’Hiv). Se queste conseguenze fisiche sono state ben studiate, è stato piuttosto a lungo trascurato il grave effetto che questo tipo di violenza ha sul piano della vita psichica. Si tratta di una dinamica perversa, perché talvolta il danno psichico può inficiare le capacità della donna di ribellarsi alla violenza, e di portare l’accaduto a conoscenza delle autorità in modo efficace».
Qual è il danno psichico più frequente?
«È sicuramente il disturbo post-traumatico da stress, che ha un’altissima prevalenza nelle donne vittime di percosse (dal 45 all’84%); ed in effetti il questo disturbo insorge dopo eventi che comportino una minaccia all’integrità fisica, lesioni gravi o - per l’appunto - violenza sessuale. Il quadro sintomatologico è caratterizzato da ricordi involontari ricorrenti dell’evento, flashback, condotte di evitamento di ciò che possa essere collegato al trauma. È inoltre presente un aumento patologico della vigilanza, con risposte di allarme eccessive, disturbi del sonno; a questo nutrito corteo di sintomi fa seguito l’ottundimento affettivo, un senso di estraneità verso il mondo circostante. Spesso questa condizione si associa a disturbi della memoria, specialmente quella relativa all'evento traumatico - condizione nota come “amnesia dissociativa”-: le vittime di violenza vengono accusate di mentire perché non sono in grado di riportare correttamente i dettagli dell’esperienza subita. In realtà una simile difficoltà a ricordare non è dovuta a un tentativo di nascondere la verità, ma è anzi un tipico sintomo della patologia psichica insorta per la violenza stessa».
Un aspetto, questo, che deve far pensare. E non poco...
«Mi tornano in mente le parole di Tina Lagostena Bassi, quando, nel primo processo per stupro, difese una donna di Latina, che aveva denunciato un conoscente ed altri tre uomini: «...ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza?». Non possono applicarsi, queste parole pronunciate nel 1978, ancora oggi? Non siamo stati spettatori di simili processi alle vittime, avanzati da più parti? Ed in effetti la cronaca non manca di fornire spunti per questo genere di considerazioni: si pensi a certi atteggiamenti tenuti durante il processo alle due studentesse americane a Firenze, o certi commenti pronunciati a seguito delle rivelazioni di #meToo. Per questo 8 marzo, quindi, proporrei di tornare a più approfondite e sostanziate riflessioni, per far sì che il ramo di mimosa non si tramuti in una foglia di fico».
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