Sicurezza
Sparatoria al Cep, due giovani sentiti in caserma per ore
Portati nel pomeriggio, sono usciti poco prima di mezzanotte I carabinieri a caccia di chi può aver favorito Iacono nella fuga
PISA. Sono andati a prenderli a casa per portarli in caserma. Ci sono rimasti per diverse ore. E sono usciti poco prima di mezzanotte.
Si tratta di due giovani residenti al Cep sentiti dai carabinieri che indagano sulla sparizione della moto e, soprattutto, sulle armi usate da Patrizio Giovanni Iacono per sparare contro i quattro avventori della Caffetteria Tirreno venerdì mattina in via Michelangelo. I due, ascoltati e verbalizzati a sommarie informazioni, non erano assistiti da legali. La loro posizione rientra nel giro di controlli, mirati per contesto e precedenti, avviati per scoprire chi può aver aiutato lo sparatore a nascondere o liberarsi della moto da cross e delle due pistole con cui ha innescato il far west concluso con quattro persone in ospedale e il protagonista pistolero in cella. Si procede per favoreggiamento nella convinzione che il giovane non possa essere stato per undici ore da solo senza appoggiarsi a qualcuno anche per la custodia delle pistole.
Le accuse sono di tentato omicidio plurimo aggravato dall’uso di armi clandestine, evasione e detenzione di armi illegali, quelle trovate nel box a due passi dall’appartamento condominiale di via Baldan.
Tra i due sentiti in caserma, su uno in particolare gli investigatori si sono concentrati chiedendo orari, spostamenti e frequentazioni con lo sparatore. Dalle 11,30 alle 22 circa di venerdì, Iacono è rimasto in giro. A piedi, con ogni probabilità. Forse non si è mai allontanato dal quartiere. L’auto intestata alla madre, una Classe A, era in Sardegna con la proprietaria. La moto da cross, il cui uso “maleducato” ha innescato il diverbio finito a colpi di pistola, è sparita. Il sospetto è che chi ha messo al sicuro la moto abbia ricevuto in consegna anche la scacciacani (ma non è escluso che si tratti di una pistola ad aria compressa per sparare piombini) e la pistola calibro 9 con cui sono stati colpiti i quattro amici al bar.
«Non volevo uccidere, ho mirato alle gambe» ha confidato Iacono al suo legale, l’avvocato Giuseppe Carvelli. I colpi hanno raggiunto i bersagli a gambe e braccia. Uno, nella prima sparatoria, ha ricevuto il piombino sul bottone dei jeans. Nessuna ferita. Solo un “timbro” sull’addome come ricordo di una tragedia sfiorata.
In parallelo alle indagini di polizia e carabinieri per trovare gli eventuali favoreggiatori di Iacono, il sostituto procuratore Paola Rizzo affiderà due incarichi. Il primo balistico per ricostruire nel dettaglio scientifico le armi usate e la distanza di tiro. Il secondo a un medico legale per capire se quegli spari e quel calibro di proiettili potevano avere conseguenze fatali. Insomma, l’obiettivo è accertare attraverso le consulenze se il 21enne sardo voleva davvero uccidere con quei colpi di pistola sparati sotto effetto di un furore incontrollato. Le sue evoluzioni in moto, ripetute con sistematica quotidianità, avevano spinto gli avventori a richiamarlo. Un rimprovero che Iacono ha ritenuto fosse stato brusco oltre che immeritato. Di qui la sparatoria in due atti contro chi lo invitava a guidare la moto senza provocare rischi per i pedoni.
Pietro Barghigiani
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