Il dolore
Lungarno assediato ma è un falso allarme
Una telefonata segnala la presenza del giovane armato in centro Scatta l’operazione delle squadre speciali delle forze dell’ordine
PISA. «Dentro, state dentro!». Sul Lungarno arrivano a tutta velocità le volanti di polizia e carabinieri. Agenti e militari scendono armi in pugno, pronti a sparare. Due ore prima a pochi chilometri da qui un ragazzo di 21 anni ha sparato e ferito quattro persone. Poi si è dato alla fuga. Ma chi in quel momento è al bar a ordinare una focaccina nella pausa pranzo - sono le 13,30 - dal lavoro, in negozio o in qualcuno dei tanti uffici tra Lungarno Gambacorti, Corso Italia e i vicoli intorno a Palazzo Blu, non lo sa o in quel momento non ci pensa. E viene normale a tanti affacciarsi fuori dalla porta del locale o dalla finestra di casa per capire che succede intorno a Palazzo Blu improvvisamente cinto d’assedio da decine di persone in divisa. «State dentro, non c’è niente da guardare» grida qualcuno mentre la “manovra” degli agenti va in scena e Ponte di Mezzo si riempie di curiosi tenuti a debita distanza da alcune delle volanti che nel frattempo hanno bloccato il traffico.
Al centralino delle forze dell’ordine è arrivata una chiamata poco dopo l’una, qualcuno ha segnalato che lo sparatore in fuga - una fuga destinata a finire poche ore più tardi - potrebbe trovarsi proprio lì, a Palazzo Blu, in mezzo ai turisti e ai ragazzini delle scolaresche di mezza Italia che approfittano degli ultimi giorni di apertura della mostra dedicata ad Escher per ammirare il genio dell’artista. Un ventenne armato in mezzo ai ragazzini. Lo scenario è da brividi e le misure messe in campo dalle forze dell’ordine sono conseguenti. A Palazzo Blu arrivano gli uomini delle squadre speciali: fucile di precisione e giubbotto antiproiettile. Ma è uno scenario fortunatamente inconsistente: falso allarme. Non c’è nessun giovane armato e pericoloso né nel palazzo né nei dintorni. Ed anzi nelle sale della mostra l’azione degli agenti, decisamente ben visibile all’esterno, viene appena percepita: «Ci hanno detto di restare negli uffici - racconta un’impiegata del palazzo - ma non ci hanno spiegato perché e non abbiamo pensato che potesse trattarsi dello sparatore del Cep». Il panico, semmai, è stato maggiore per chi si trovava fuori: tra i tanti asserragliati sul ponte o fermi nelle auto in fila sul Lungarno. E tanta, soprattutto, è stata la paura che il giovane armato e libero per le strade della città potesse colpire magari altrove. Magari in una scuola del centro. Non è andata così.
(v.l.)
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