Sicurezza
Violenza di genere: ne discutono solo le donne
Convegno al Sant'Anna di Pisa, emerge anche il problema dello scarso impegno dell'altro sesso: «È una parte del problema»
PISA. Aula Magna Storica della Scuola Superiore Sant’Anna gremita lunedì 29 gennaio in occasione del Convegno “Contro la violenza di genere, forme e strumenti per prevenirla e contrastarla”. Gremita, ma una platea quasi esclusivamente femminile, a dimostrazione della sfortunata attualità del tema trattato e dell’indifferenza che vi si lega anche in una delle culle della cultura italiana.
Un dato, questo, messo in luce da alcuni interventi del pubblico e dalle stesse relatrici, a partire da Erica Palmerini, docente di diritto privato all’Istituto Dirpolis (Diritto, Politica, Sviluppo). Palmerini ha presieduto il dibattito, che ha visto l’approfondimento della questione sotto molteplici aspetti. A promuovere il convegno due docenti dell’Istituto Dirpolis, Anna Loretoni e Gaetana Morgante. Loretoni, che alla Scuola insegna filosofia politica, ha da subito sottolineato la persistenza nel tempo della violenza di genere, divenuta pratica metabolizzata dalla società, specchio di un problema culturale.
«La violenza maschile non è mai solo la violenza del singolo caso, ma sintomo della complessiva dinamica delle relazioni tra i generi – ha detto Loretoni – Assistiamo alla sistematica riduzione della donna alla sua desiderabilità in senso sessuale. Un immaginario costruito secondo un modello prostituzionale, dove il concetto di patriarcato appare tutt’altro che superato. Anzi, si afferma oggi una nuova subalternità che coesiste (e stride) con una piena titolarità dei diritti in senso giuridico».
Morgante, professoressa di diritto penale, ha poi citato le motivazioni con le quali la rivista Time ha eletto “persona dell’anno” le “silence breakers”, abbastanza coraggiose da rompere il muro del silenzio che ha coperto la condotta criminosa di Harvey Weinstein e simili; si è poi soffermata sulle forme di repressione e sulla delicata questione della procedibilità a querela, che spesso crea una barriera all’emersione della criminalità, specialmente entro le mura domestiche.
Tra le preziose testimonianze, quella di Lella Paladino, presidente dell’Associazione “Dire” (Donne in rete contro la violenza). Una rete di centri privati e non istituzionali, esenti perciò dall’obbligo di accompagnare le vittime nel percorso di denuncia laddove non lo vogliano. Paladino ha sottolineato in particolare la tendenza dei media a trattare il fenomeno in una dimensione allarmistica, in relazione a patologie psichiatriche del carnefice, che caratterizzano in realtà solo una minoranza di casi. A chiarire il ruolo dei mezzi d’informazione, la giornalista del Tirreno Ilaria Bonuccelli, che ha letto direttamente dalle carte processuali storie di violenze e atti persecutori nei confronti di donne che hanno spesso subito anche le conseguenze di un sistema processuale inefficiente.
«Indispensabile per noi giornalisti una formazione specifica in materia, ma altrettanto necessario è che i centri antiviolenza imparino a relazionarsi ai media e a non rispondere sempre e solo in termini di chiusura, sebbene per legittime esigenze di tutela. Queste esigenze potrebbero tuttavia non essere pregiudicate da una comunicazione corretta, che dia voce alla vittima senza esporla al carnefice o strumentalizzarne la storia. Noi dobbiamo però imparare a fare le domande giuste. Una di queste è: perché queste situazioni si protraggono nel tempo?. Ho avuto modo di conoscere questa materia per le storie di donne che ho seguito e di cui ho scritto, facendo il mio lavoro, cioè cronaca – ha aggiunto infine Bonuccelli – Quello che emerge è la grave mancanza della prevenzione: se si tratta di un fenomeno reiterato, sarebbe logico raccogliere in un database i precedenti, sul modello del programma EVA attuato dalle forze dell’ordine. Un programma che ha portato alla registrazione nell’ultimo anno circa 400 interventi al mese per aiutare donne in difficoltà».
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