Sicurezza
Pd, le minoranze insorgono Serfogli: ora le primarie
Alta tensione tra i democratici pisani dopo le candidature al Parlamento Nardini (Dems): uno spettacolo indegno. E Stefano Fabbri restituisce la tessera
PISA. Il post-candidature al Parlamento agita ancor più il Partito democratico pisano in vista delle elezioni amministrative. Mentre Federico Gelli affida (per ora) la sua delusione solo a qualche parola di ringraziamento per i suoi sostenitori scritta su Facebook, il segretario cittadino Giovanni Viale ha già convocato per oggi la segreteria comunale. Ma gli ostacoli per i dem a trazione renziana continuano a sommarsi. In prima battuta occorre affrontare il tema delle primarie per la scelta del candidato sindaco chieste da 249 iscritti con relative firme (segnalate peraltro in aumento).
Se i dirigenti hanno intenzione di andare in pressing su Gelli (e chiederanno anche allo stesso Renzi di insistere), l’assessore Andrea Serfogli di fronte alle titubanze ripetute del deputato conferma la sua voglia di correre per il post-Filippeschi. «Non ho minimamente intenzione di non partecipare alle primarie, visto che da statuto del partito questa possibilità c’è», dice Serfogli. E non è l’unico che si sta organizzando. Anche se l’ultima parola spetterà all’assemblea comunale che potrebbe anche respingere l’ipotesi primarie attraverso il voto di tre quinti dei componenti concentrati su un candidato unitario.
Le premesse però sono complicate. L’aria è pesante. E la rivolta delle minoranze che si sono sentite trascurate da Renzi nelle scelte dei candidati è contenuta in frasi pesantissime ed atti conseguenti. C’è chi come Stefano Fabbri ha riconsegnato la tessera. «Caro segretario, le vicende notturne ed il metodo utilizzato nella composizione delle liste mi hanno sinceramente disgustato», ha scritto al suo circolo riportandolo in un post su Facebook. «Restituisco perciò la mia tessera perché il far formalmente parte del partito mi impegnerebbe ad appoggiare candidati in cui non mi riconosco minimamente. L’aver scelto di non prendere in considerazione i territori e la evidente volontà di azzerare la rappresentanza della minoranza è una scelta volgare, offensiva e scellerata».
Non da meno le parole di Alessandra Nardini, consigliera regionale e leader di Dems, gli orlandiani che non hanno votato le liste del segretario. «Se voglio davvero essere leale verso ciò che sarebbe dovuto essere il Pd - dice - non posso trasformarmi in complice silente di chi quel progetto lo sta tradendo. Lo spettacolo andato in scena per la composizione delle liste è stato pessimo, indegno. Indegno rispetto alla grandezza e al rispetto che dovremmo avere verso le grandi tradizioni politiche da cui proveniamo e rispetto allo scopo ambizioso per cui abbiamo fondato il Pd: riunire storie, sensibilità, percorsi diversi in un pluralismo che avrebbe dovuto farci sentire tutti a casa, tutti arricchiti dalle nostre “diversità”. Invece si è agito usando esattamente il metro opposto: l’umiliazione della minoranza, di chi, sempre in maniera rispettosa, in questi mesi si era mostrato critico verso la linea della maggioranza. La cosa più grave ed amara è il metodo: territori inascoltati, candidature paracadutate non si sa con quale criterio, figure preziose con una lunga storia di militanza alle spalle tagliate senza un perché alle 3 di notte. Il grande rottamatore ha rottamato i giovani e il dissenso interno, sull’altare della fedeltà sono stati sacrificati le figure più critiche e quelle poi indipendenti».
Poi altri macigni. «Aspetto ancora di sapere - riprende Nardini - perché nel pisano, un territorio dove la scissione si è sentita e dove a primavera si vota in città, dopo aver perso tre parlamentari uscenti su quattro, si è deciso di far saltare anche il quarto, nonostante la sua candidatura fosse stata sostenuta con ben due documenti approvati dalla direzione provinciale. Anche dalla minoranza. Ma evidentemente l’aver lavorato bene non è più un valore. Nemmeno questo».
Nuovi scossoni non sono inattesi, anche se non subito: «Ora è il momento di lavorare, come ho sempre fatto, per provare a non lasciare il Paese in mano a destra e populismi. Ma il 5 marzo dovremo aprire una seria discussione su chi siamo e dove vogliamo andare, su chi vogliamo rappresentare. Dobbiamo dircelo se il progetto Pd vogliamo sia ancora quello originario o se è stato deciso di snaturarlo. Così non si può più andare avanti».
Francesco Loi
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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