Sicurezza
Caso Ragusa, la vedova del suicida: «Lasciatemi in pace»
L’uomo indicato nella lettera anonima si è tolto la vita nel settembre 2015. Il sospetto che possa aver bruciato la donna non trova riscontri nelle indagini
PISA. «Dovete lasciarmi in pace. Andatevene». Proiettata in una storia che da sei anni è uno dei misteri d’Italia, la vedova del dipendente del cimitero comunale morto suicida, indicato in una lettera anonima come uno che sa qualcosa del caso Ragusa, non gradisce l’interesse nei suoi confronti. Vive ancora nell’appartamento popolare alla periferia di Pisa. Sul campanello è rimasto il nome del coniuge che nel settembre 2015 decise di farsi travolgere da un treno sulla linea Pisa-Lucca. Sbucò all’improvviso dalla massicciata e, mettendosi di spalle al convoglio, alzò le braccia un attimo prima di essere falciato senza speranza. Una scena raccontata alla Polfer dal macchinista, unico testimone della tragedia, che non riuscì a frenare in tempo. La lettera anonima inviata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” invita gli inquirenti a indagare sul 57enne. È da lì che nasce l’interesse per la storia del dipendente comunale. Un passato di tossicodipendenza, un presente all’epoca di depressione. Un tipo taciturno, ma che a volte sapeva essere di compagnia.
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Alti e bassi di un umore seguito da tempo da uno psichiatra. «È sempre stato un tipo che alternava momenti in cui gli piaceva parlare, ad altri di silenzio assoluto, ma questo già prima della scomparsa di Roberta» racconta chi ci ha lavorato insieme. Una storia privata da rispettare nel suo epilogo tragico se non fosse per quella lettera scritta chissà da chi. Non solo l’uomo viene messo in relazione alla morte di Roberta Ragusa, ma si fa riferimento a un lingotto d’oro trovato nella cassaforte in casa. Gli accertamenti dei carabinieri al momento hanno escluso collegamenti tra il caso e l’addetto del cimitero.
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Galoppa la fantasia che possa aver aiutato Antonio Logli (condannato in primo grado a 20 anni per l’omicidio della moglie, ndr) a bruciare il corpo di Roberta nel forno crematorio nell’impianto di via Pietrasantina gli attribuisce un ruolo che gli inquirenti escludono. C’è chi sostiene di aver raccolto persino le confidenze dell’uomo. Al di là delle suggestioni inserite nella missiva anonima, l’unico elemento verificabile si rivela sbagliato. È quello del periodo in cui si tolse la vita. L’anonimo indica il 2016 come l’anno del suicidio. In realtà l’episodio risale al settembre 2015. L’autore si dice informato su quello che non può essere dimostrato, ma diventa impreciso sull’oggettività di una data. Quando la Polfer accertò l’origine del gesto, sentendo anche la moglie, i riscontri lasciarono spazio al dolore privato. Nessun mistero nella scelta di togliersi la vita. Ora l’autore della lettera indirizza gli investigatori sull’attività dell’uomo nel camposanto comunale. E lascia intendere una complicità, dietro compenso, del 57enne nella distruzione del corpo dell’imprenditrice di Gello. Voci diffuse da tempo che ora qualcuno, a distanza di anni, ha messo su carta. E che continuano a non trovare riscontri.
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