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Pisa

Roberta, riparte la giostra degli anonimi

Roberta, riparte la giostra degli anonimi

Gli inquirenti: nessun legame tra il suicidio nel 2015 del dipendente del cimitero e il caso Ragusa

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PISA. Nessun collegamento tra la persona morta suicida e il caso Ragusa.

Lo confermano fonti investigative dell’Arma all’indomani della lettera anonima che mercoledì sera la trasmissione “Chi l’ha visto?” ha diffuso tenendo le distanze dalla veridicità del contenuto.

Agli atti non risulta che l’uomo sia stato sentito nel corso delle indagini. Non compare come teste, né come semplice persona informata sui fatti.

La suggestione dell’anonimo è ancora quella del cimitero. Un refrain che appare e scompare nella saga di un mistero che per ora ha una verità giudiziaria in attesa del processo d’appello.

La persona deceduta a 57 anni lavorava nel camposanto di via Pietrasantina, ma non si è suicidata nel 2016 come scritto nella missiva. È accaduto nel settembre 2015. E gli inquirenti all’epoca non trovarono alcun lingotto d’oro nella cassaforte del dipendente cimiteriale in cura da tempo per una forte depressione e alle prese con disagi economici. Un tormento interiore per le sorti di Roberta? Un travaglio che sarebbe durato dal gennaio 2012 al giorno del suicidio nel settembre di tre anni dopo. Quando la Polfer accertò l’origine del gesto, sentendo anche la moglie, i riscontri lasciarono spazio al dolore privato. Nessun mistero nella scelta di togliersi la vita.

Tra i tanti rivoli di quel fiume in piena che è il caso di Roberta Ragusa, quello dei mitomani offre un campionario folcloristico. Divertente, magari, se non ci sono una persona scomparsa e una condanna a 20 anni per il marito, Antonio Logli, accusato di averla uccisa.

In Procura hanno accumulato un tomo di esposti e segnalazioni di fantomatici veggenti e paladini della verità. Dagli Stati Uniti un avvocato scrisse, firmandosi, una lettera indirizzata al procuratore capo dell’epoca, nella quale sosteneva che il corpo dell’imprenditrice di Gello fosse nel quartiere Testaccio a Roma. L’altro filone è quello dell’inceneritore di Ospedaletto. Tesi smentita infinite volte. Ma il chiacchiericcio è come la calunnia, un venticello che si propaga con il refolo della fantasia. E allora arrivano i pozzi artesiani. Altro buco nell’acqua, ça va sans dire. Attenzione, cercate nel cimitero di Orzignano in una tomba abbandonata o rimossa, la variante va sempre bene. No, sbagliate tutto. Logli ha bruciato la moglie nel forno del cimitero di via Pietrasantina. Ipotesi verificata e annullata dal fatto che il gas presente nell’impianto dismesso nel settembre 2011 non era sufficiente neanche per accendere il macchinario. Non basta. Passi per le lettere anonime. C’è anche chi ci ha messo la faccia. Veggenti, medium, anime pie che “sentono” e percepiscono vibrazioni precluse ai comuni mortali. E si riparte con le ospitate in tv, dirette sui luoghi di presunte tombe, alberi e radure in mezzo ai boschi in cui la scoperta (grazie a una sensitiva sedicente informata sui fatti) di un pezzo di osso di 15 cm mosse decine di persone. Salvo poi scoprire che apparteneva a un cinghiale. Nessun problema. Così come la storia è destinata a ripetersi, anche le soluzioni di chi sa la “verità” sul caso Ragusa tornano di nuovo sulla scena. E si riparte dal cimitero di via Pietrasantina e da chi ci lavorava.

Pietro Barghigiani

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