Attenzione
Malato terminale attende 25 ore al pronto soccorso dopo le trasfusioni
Pisa: il 71enne respinto al Centro trasfusionale per mancanza di infermieri. Per lui, affetto da una leucemia acuta, un calvario di due mesi
PISA. Il 4 gennaio ha passato più di un giorno al pronto soccorso: ben 25 ore in attesa di un letto per essere ricoverato. E dopo otto giorni – quando ormai era tornato a casa, all’affetto dei suoi cari – è morto per le complicanze di una polmonite. Federigo Taccola – 71 anni di Uliveto Terme – era debole. Stava male a causa di una leucemia acuta che gli era stata scoperta qualche mese fa. È per questo che aveva bisogno di continue trasfusioni. «Hanno aggiunto sofferenza – spiega il figlio Matteo, funzionario della Filcams Cgil di Pisa – a una persona che già stava patendo».
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Non è la prima volta che la famiglia di Vicopisano si rivolge al pronto soccorso di Cisanello. L’anziano fa il pendolare per mesi. «Tornando a casa pieno di lividi dopo il percorso in ambulanza», protesta il figlio. Non ha alternativa, Federigo, perché il Centro trasfusionale dell’Azienda ospedaliera «è sempre al collasso». Da fine ottobre, per ogni settimana, la stessa storia. Con il personale che, tranne in un’occasione, gli ripete sempre di non poterlo accogliere. E che l’unica alternativa è andare al pronto soccorso.
Anche se le sue condizioni non sono per niente rassicuranti e sarebbe meglio svolgere tutto rapidamente, senza il via vai in mezzo alle barelle. «Aspettavamo il turno per almeno otto ore – ricorda il figlio Matteo, una presenza fissa per lui, insieme alla madre – mentre il 4 gennaio l’attesa è salita a oltre un giorno, perché gli è venuta la febbre alta e doveva essere ricoverato. Eppure, al Centro trasfusionale, ce la saremmo cavata sempre in un’ora. Purtroppo, il personale mi diceva che non c’erano stanze nemmeno per la chemioterapia. E allora cosa vuoi fare… allarghi le braccia e ti rassegni».
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Quello di Matteo è un appello accorato: non ce l’ha né con i medici, né con gli infermieri. Anzi: li ringrazia per la loro umanità e professionalità. E non ha intenzione di trascinare nessuno in tribunale. È arrabbiato, e tanto, da quando ha letto che i vertici dell’ospedale – rispondendo alle domande del Tirreno in un articolo pubblicato il 17 gennaio – scrivevano che solo «in questi giorni» il servizio aveva «subìto una temporanea riduzione». «Non è vero – rimarca Taccola – i problemi ci sono da mesi, almeno da fine ottobre. Ho assistito inerme all’odissea di mio padre e più volte abbiamo chiesto se ci fosse la possibilità di ricoverarlo, anche in day hospital, per effettuare le trasfusioni in un ambiente un po’ più tranquillo, ma la risposta dei medici è stata sempre negativa».
Due le ragioni: «Sia per problemi di carenza di letti – sottolinea – sia perché da un punto di vista medico era opportuno che mio padre non rimanesse in ambiente ospedaliero a causa del rischio infezioni causato dalle sue basse difese immunitarie. Quest’ultima giustificazione ci è sempre parsa contraddittoria – ammette il funzionario della Cgil – soprattutto vedendo come mio padre fosse a contatto con decine e decine di pazienti ogni volta che si recava al pronto soccorso, protetto solo da una semplice mascherina».
Il dubbio di Matteo è che proprio il contatto ravvicinato con gli altri pazienti abbia peggiorato le condizioni di salute, già precarie, di suo padre. «Sì, lo penso, nonostante il suo quadro clinico fosse difficile – conclude il figlio – e non è possibile che a Cisanello ci sia una situazione così ingestibile. Servono più persone».
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