Il Tirreno

Pisa

Il 14 marzo il verdetto della Corte d’Assise

Il 14 marzo il verdetto della Corte d’Assise

L’appello previsto in camera di consiglio a porte chiuse davanti ad una giuria popolare: due magistrati e sei cittadini

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PISA. Date e destini. Sabato 13 gennaio è il sesto anniversario della scomparsa di Roberta Ragusa. Mercoledì 14 marzo è fissato il processo in Corte d’Assise d’Appello al marito, Antonio Logli, condannato in primo grado a 20 anni per l’omicidio e la distruzione del cadavere della moglie. Un giudizio in camera di consiglio, (porte chiuse) con rito abbreviato davanti a due giudici togati e sei popolari.

Logli il 21 dicembre 2016 è stato condannato dal gup Elsa Iadaresta come l’autore dell’omicidio della mamma dei suoi due figli. Un allontanamento volontario, per Logli e i suoi difensori (avvocati Roberto Cavani e Saverio Sergiampietri), al quale Antonio si è sempre dichiarato estraneo. Un omicidio senza cadavere. Tanti indizi, nessuna prova schiacciante. Un quadro che per il giudice Iadaresta è stato sufficiente per arrivare a una sentenza di colpevolezza come invocato dal procuratore capo Alessandro Crini e il sostituto Aldo Mantovani. In appello si gioca un’altra partita. Una nuova sfida per

Logli che arriva in aula con il fardello di una condanna a 20 anni. E lo fa con una novità rispetto al giudizio di Pisa: in appello ci sarà una giuria popolare. Sei cittadini e due magistrati, il presidente e il giudice a latere. Che il marito di Roberta Ragusa non goda di una simpatia popolare è un dato di fatto. L’amante in casa poi “promossa” a compagna convivente poche settimane dopo la sparizione di Roberta non ha aiutato nell’immagine dell’aspirante vedovo. Il rifiuto di farsi interrogare da quando è stato indagato e anche l’assenza in aula nelle due udienze del processo nel dicembre 2016 hanno alimentato la figura di chi rifugge da domande scomode a cui non saprebbe cosa rispondere. Per l'avvocato Cavani non sono credibili. Loris Gozi dice di aver visto Logli alle 00,30-00,40 (notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012) seduto al volante della sua Ford Sw in via Gigli. Poi intorno alle una ritiene che fosse ancora lui l’uomo che stava litigando con una donna poi fatta salire a forza, con tanto di testa battuta sul montante dell’auto, su una CitroënC3, la stessa in uso a Roberta. Silvana Piampiani, anche lei residente in via Gigli, dice di aver visto una coppia litigare, ma intorno alle 00,40. «Gli orari del presunto litigio non collimano» scrivono gli avvocati nel ricorso in appello.

Gozi ha sempre sostenuto di non aver incontrato nessuno mentre a passeggio con il cane una assiste al litigio a circa 70-80 metri di distanza. La Piampiani riferisce di aver visto un uomo con un cagnolino. «Non è comprensibile come Gozi non possa non aver scorto ed essersi reso conto del transito a pochi metri da lui di un motorino (quello della Piampiani, ndr) che con il proprio rumore di motore e fanali accesi squarcia in maniera certamente fragorosa l’assoluto buio di via Gigli in piena notte». Entrambi riferiscono di aver visto delle macchie di sangue sul ciglio della strada, «ma le collocano in punti diversi». I difensori rimarcano con forza il risultato delle perizie psichiatriche sulla donna le cui condizioni ne «compromettono la capacità a testimoniare». Per i difensori di Logli con due testimoni del genere non si condanna una persona per omicidio.(p.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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