La manifestazione
SIMBOLI POLITICI E POLEMICHE
«Ecco perché ho scattato la foto» Si svela l’autore dell’esposto sul logo di Lotta Continua in questura
3 MINUTI DI LETTURA
PISA. «Ho denunciato la presenza del manifesto di Lotta Continua nell’ufficio della questura perché ritengo inaccettabile, in un luogo istituzionale di polizia giudiziaria, aperto al pubblico, la manifesta esposizione di un simbolo di una banda armata eversiva terroristica, a prescindere da quali possano essere le più disparate motivazioni, che i responsabili vorranno darne».
Non è stato un collega del sostituto commissario che aveva dietro la sua scrivania incorniciato un drappo rosso con il simbolo di Lotta Continua. È un cittadino che si dice indignato ad aver scattato quella foto. Si chiama Roberto Gabriele, vive a Gagno e ha 54 anni. Oltre alla foto ha anche firmato un esposto inviato al ministero dell’Interno.
Scrive nella lettera al ministro Marco Minniti: «Trovo tutto ciò, gravemente indecoroso, se non addirittura oltraggioso, per lo Stato, le istituzioni tutte e per l’immagine della polizia stessa, nonché, ovviamente, per le vittime e loro familiari, causate da tale movimento politico».
Gabriele era stato convocato in questura dopo la pubblicazione di un articolo in cui aveva dichiarato di dormire armato perché stanco di subire furti. Nell’attesa si è accorto del manifesto. Ha tirato fuori il cellulare e ha scattato.
«Lo trovo un gesto oltraggioso e dunque inammissibile – prosegue Gabriele –. Per carità, non è reato in questa nazione esporre simboli comunisti o post comunisti, vero, ma non è certo quello il luogo e il modo di sfoggiare un pugno chiuso. E se invece ci fosse stato rappresentato un saluto romano? Reato, sì, vero, ma diversamente sarebbe scoppiato il finimondo! Invece così, dato che è un simbolo di sinistra, guarda caso si cerca di minimizzare la cosa e di deresponsabilizzare i “colpevoli”. Intendiamoci, se fosse stato un simbolo fascista, o peggio, nazista, lo avrei fotografato a maggior ragione, proprio perché è reato». Il sostituto commissario alla domanda di Gabriele su cosa ci facesse un simbolo del genere in una questura ha risposto che era un “trofeo di guerra”.
«Sicuramente lo è, ma ammesso che sia stata lei ad appenderlo, come sostiene di averlo portato con sé quando si è trasferita alla questura di Pisa – aggiunge l’autore dell’esposto – ciò non preclude possibili simpatie a sinistra della funzionaria, che per carità sono lecite, come io ho le mie del resto, ma le può e le deve manifestare a casa sua, e non in un luogo di polizia giudiziaria aperto al pubblico».
Gabriele, infine, propone una soluzione per chi vuole tenere in caserme o questure i “trofei di guerra”.
«Potrebbero allestire in una stanza o in un corridoio una sorta di museo storico dove appendere rigorosamente catalogati ed etichettati, qualsiasi cimeli o trofei di guerra, di ambo le fazioni politiche, recanti ognuno la propria storia scritta – conclude –. Sarebbe motivo di orgoglio per le forze dell’ordine e al tempo stesso di valore educativo, di memoria e di monito per le generazioni future».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Non è stato un collega del sostituto commissario che aveva dietro la sua scrivania incorniciato un drappo rosso con il simbolo di Lotta Continua. È un cittadino che si dice indignato ad aver scattato quella foto. Si chiama Roberto Gabriele, vive a Gagno e ha 54 anni. Oltre alla foto ha anche firmato un esposto inviato al ministero dell’Interno.
Scrive nella lettera al ministro Marco Minniti: «Trovo tutto ciò, gravemente indecoroso, se non addirittura oltraggioso, per lo Stato, le istituzioni tutte e per l’immagine della polizia stessa, nonché, ovviamente, per le vittime e loro familiari, causate da tale movimento politico».
Gabriele era stato convocato in questura dopo la pubblicazione di un articolo in cui aveva dichiarato di dormire armato perché stanco di subire furti. Nell’attesa si è accorto del manifesto. Ha tirato fuori il cellulare e ha scattato.
«Lo trovo un gesto oltraggioso e dunque inammissibile – prosegue Gabriele –. Per carità, non è reato in questa nazione esporre simboli comunisti o post comunisti, vero, ma non è certo quello il luogo e il modo di sfoggiare un pugno chiuso. E se invece ci fosse stato rappresentato un saluto romano? Reato, sì, vero, ma diversamente sarebbe scoppiato il finimondo! Invece così, dato che è un simbolo di sinistra, guarda caso si cerca di minimizzare la cosa e di deresponsabilizzare i “colpevoli”. Intendiamoci, se fosse stato un simbolo fascista, o peggio, nazista, lo avrei fotografato a maggior ragione, proprio perché è reato». Il sostituto commissario alla domanda di Gabriele su cosa ci facesse un simbolo del genere in una questura ha risposto che era un “trofeo di guerra”.
«Sicuramente lo è, ma ammesso che sia stata lei ad appenderlo, come sostiene di averlo portato con sé quando si è trasferita alla questura di Pisa – aggiunge l’autore dell’esposto – ciò non preclude possibili simpatie a sinistra della funzionaria, che per carità sono lecite, come io ho le mie del resto, ma le può e le deve manifestare a casa sua, e non in un luogo di polizia giudiziaria aperto al pubblico».
Gabriele, infine, propone una soluzione per chi vuole tenere in caserme o questure i “trofei di guerra”.
«Potrebbero allestire in una stanza o in un corridoio una sorta di museo storico dove appendere rigorosamente catalogati ed etichettati, qualsiasi cimeli o trofei di guerra, di ambo le fazioni politiche, recanti ognuno la propria storia scritta – conclude –. Sarebbe motivo di orgoglio per le forze dell’ordine e al tempo stesso di valore educativo, di memoria e di monito per le generazioni future».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
