Il dolore
Ucciso dal treno a 19 anni, il babbo: «Non so spiegarmi perché mio figlio era in quel posto»
Lo strazio del papà di Nicolay: «Spero non sia stato lui a dare fuoco alla macchina. Vorrei proprio parlare con l’amico»
PISA. «Spero che non ci siano collegamenti tra la morte di Nicolay e l’incendio dell’auto». Non basta la notizia di un figlio strappato alla vita a 19 anni. A dare l’ulteriore graffio al cuore di un genitore è il sospetto che l’incidente mortale sia stato preceduto da un atto vandalico. È frastornato Giorgio Vivacqua. Troppi colpi da incassare in un solo giorno. Non c’è solo lo strazio per la perdita di un figlio. C’è il rovello di sapere perché era in quel posto alle 4 del mattino. Il padre di Nicolay ha saputo dell’incidente ieri intorno alle 9,30. Sono stati alcuni poliziotti in borghese a presentarsi nell’abitazione della famiglia Vivacqua a Ospedaletto. «Mettetevi a sedere, vi dobbiamo parlare, tenetevi forte» sono state le parole che nessun genitore vorrebbe ascoltare. Il dopo è la cronaca di un dolore che ti piega in due.
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Signor Vivacqua, ammesso che Nicolay non c’entri con l’auto a fuoco, secondo lei perché si trovava in quel posto e a quell’ora?
«Cosa facesse lì non lo so. È un dubbio che ho anch’io».
Quando ha visto suo figlio l’ultima volta?
«È stato mercoledì sera. Sono rientrato dal lavoro e l’ho trovato tranquillo. Come sempre. Ci ha detto “esco un po’ e torno a casa presto”. Di solito rientrava sempre verso l’una, l’una e mezzo».
I suoi amici li conosce?
«Sì. E per quello che posso dire mi sembrano dei bravi ragazzi. Stavo attento alle compagnie di Nicolay».
Aveva delle preoccupazioni particolari?
«Come tutti i genitori. Si pensa sempre alla droga. E lui mi diceva: “Papà, ho paura delle punture di zanzara, figuriamoci se penso a drogarmi con le siringhe”. Non mi ha mai dato problemi, anche se i pensieri con ragazzi di quell’età non mancano mai, ma ho sempre cercato di stare attento».
Lo ha visto rientrare mercoledì sera e ieri mattina era in casa?
«No. Sono andato a letto e lui era già uscito. Stamani, (ieri, ndr) mi sono svegliato alle 5,50 circa. Ho provato a chiamarlo senza ricevere risposta. Allora sono andato in camera sua e non c’era. Non era andato a letto. Ho guardato fuori e ho visto che mancava la macchina. È una Punto intestata a me e che usa lui. Allora mi sono preoccupato e ho iniziato a chiamarlo al cellulare. Squilli a vuoto».
Al momento dell’incidente indossava il casco. Se era in macchina perché portarsi il casco dietro?
«È un altro mistero a cui non so dare risposta. La moto di sicuro l’aveva lasciata a casa».
L’unico che può fare chiarezza sul perché erano lì è l’amico che era con lui.
«Sì, vorrei proprio parlarci». (p.b.)
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