Il Tirreno

Pisa

Fermato sospetto, nel covo la custodia della pistola

In carcere 24enne pisano: dietro la morte di Ayoub un regolamento di conti per la droga. La polizia lo ha braccato grazie a telefonate e l’aiuto dei pusher

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PISA. Non l’arma del delitto, ma ciò che potrebbe averla custodita prima di finire chissà dove. Una scatola vuota. È uno degli indizi con cui nella notte fra sabato e domenica gli investigatori della squadra mobile di Pisa hanno braccato Michele Antonelli, da quasi due giorni in stato di fermo e in carcere al Don Bosco con l’accusa di omicidio. Sarebbe lui l’assassino di Ayoub Jarmouni, il 19 enne marocchino trovato morto la mattina di venerdì 8 dicembre nella pineta di Marina, a pochi passi dal bagno Arcobaleno. Secondo la polizia e la pm Paola Rizzo, sarebbe questo ventiquattrenne nato in Svizzera ma da tempo residente a Pisa il responsabile di un delitto che nelle prime fasi dell’indagine era sembrato null’altro che una morte per overdose. A sparare a Jarmouni sarebbe stato lui e – è l’ipotesi degli inquirenti – lo avrebbe fatto con una scacciacani modificata per esplodere proiettili veri. Un’arma a salve di cui l’altra notte, durante le perquisizioni nell’abitazione, è saltata fuori soltanto la scatola.

Era stata l’autopsia, due giorni dopo il rinvenimento del cadavere, a ribaltare tutto e a chiarire che Jarmouni era stato ammazzato. Un colpo solo, di piccolo calibro, su lato sinistro del collo. Un’esecuzione in piena regola, credono adesso gli investigatori, e messa a segno da Antonelli per regolare i conti di una “guerra” scoppiata fra lui e il pusher per una partita di droga non pagata. Senza lavoro e conosciuto come un “assuntore”, Antonelli avrebbe sparato a bruciapelo e quell’esecuzione era sfuggita agli inquirenti nelle prime ore proprio per le dimensioni della pallottola, talmente minuscola che nel giro di qualche ora la ferita, priva di sangue, si era quasi rimarginata lasciando solo una specie di escoriazione scambiabile per uno sgraffio. A lui gli agenti sono arrivati dando la caccia ai “compagni” di spaccio di Ayoub. E scandagliando i tabulati che nella notte fra giovedì 7 e venerdì 8 dicembre avevano agganciato le celle di quella zona a Marina. Dopo diverse perquisizioni, l’ultima è sembrata decisiva. Stamani mattina si terrà l’udienza di convalida dell’arresto in carcere. E potrebbe essere un primo banco di prova per comprendere quanto siano solide le prove raccolte dalla polizia. Senza l’arma del delitto e una confessione di Antonelli, il gip potrebbe decidere di rimetterlo in libertà o comunque attenuare la misura di custodia cautelare, ma Rizzo ha lavorato per tutta la giornata ieri per “blindare” la sua richiesta con un’ipotesi accusatoria inattaccabile. Ayoub, Giobbe in arabo, portava un cognome, Jarmouni, che a Pisa e Versilia è un marchi di fabbrica, quello dello spaccio gestito dagli eremiti della droga, i magrebini che utilizzano la boscaglia come covo, rifugio e base di confezionamento e spaccio di stupefacenti. Soprattutto hashish, talvolta anche eroina e cocaina. Incensurato, irregolare, fotosegnalato al momento dell’arrivo a Pozzallo (Ragusa) un anno e mezzo fa su uno dei tanti barconi della speranza, il 19enne si arrangiava. Viveva e dormiva alla giornata, spesso proprio nella macchia. E Antonelli, dopo averlo ucciso, avrebbe anche preso il suo cellulare. A tradirlo potrebbe essere stato un errore, potrebbe averlo riacceso senza accorgersi di aver offerto una traccia ai poliziotti, anche se nel suo nascondiglio non è stato ritrovato. Nel “giro” le ultime settimane sono state parecchio movimentate. Più di 30 misure cautelari per stroncare lo spaccio in tre “zone rosse”della città, i terminali della vendita al dettaglio: Cittadella, Ex Draga, Corte Senac. E qualcosa anche fra Cascina e Pontedera. Qualcuno degli amici di Ayoub si è convinto a parlare e ha puntato il dito su Antonelli.

Mario Neri



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