Sicurezza
Fratture al femore non diagnosticate: ospedale condannato
di Pietro Barghigiani
Anche a causa di quella dimenticanza al paziente furono amputate le gambe. Eredi risarciti con 362mila euro
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PISA. Non videro le fratture del femore. Non le diagnosticarono nonostante le cadute, prima in casa e poi in ospedale. Fecero delle radiografie solo al torace e al piede destro nonostante il paziente lamentasse dolori all’anca. Dopo qualche anno all’uomo furono anche amputate le gambe. E quella mancata diagnosi iniziale, secondo i consulenti medici del Tribunale, ha influito almeno al 50 per cento sulla necessità dell’intervento chirurgico. Un concorso di colpa ad aggravare un quadro clinico già precario.
Una “svista” che a distanza di oltre 13 anni dal ricovero presenta il conto all’Azienda ospedaliera: 362mila euro.
È l’importo che l’ospedale è stato condannato a pagare alla moglie e alle due figlie di un professionista pisano, deceduto nel 2013 a 58 anni, che dal 2004, anche per le patologie che niente avevano a che vedere con le fratture non diagnosticate, ha avuto gravi problemi di salute culminate nel 2007 con l’amputazione degli arti inferiori.
Lo ha deciso il giudice del Tribunale civile, Marco Viani, nella causa iniziata dallo stesso paziente e poi portata avanti dagli eredi assistiti dall’avvocato Andrea Senese.
Il calvario, aggiuntivo a quello già sopportato per patologie serie, inizia nell’aprile 2004. L’uomo sviene in casa e cade.
Si frattura un femore, ma non lo sa. Lo capirà un anno dopo. Viene ricoverato e dopo due giorni, visto che nessuno gli aveva vietato di muoversi in modo autonomo ignorando la rottura del collo del femore, si alza per andare in bagno.
Cade di nuovo. Quando nel 2011 decide di fare causa all’ospedale tra gli argomenti a sostegno della richiesta danni contesta «il ritardo diagnostico l'esecuzione di un esame obiettivo frettoloso e lo scarso orientamento diagnostico, senza radiografia del bacino».
Secondo i consulenti nominati dal Tribunale «la mancata correzione della frattura femorale ha, in modo pressoché certo, favorito il processo di non guarigione dell'ulcera perché ha condizionato il decubito obbligato: pertanto il ritardo diagnostico ha, al di là di ogni ragionevole dubbio, concorso nel determinismo dell'amputazione, concausandola nella misura del 50 per cento». E, ancora. La Aoup avrebbe dovuto svolgere esami approfonditi per verificare la presenza di fratture a livello degli arti inferiori».
La sentenza sottolinea che la mancata diagnosi è un fatto accertato. Anche perché l’ospedale non disponendo delle radiografie non ha potuto neanche contestare con riscontri oggettivi (lo ha fatto nel corso della causa, ma in assenza di lastre), l’esistenza pregressa di vecchie fratture prima di quelle “ignorate” a livello diagnostico.
Il giudice chiarisce che è accertato «al momento del ricovero, il paziente già presentava la frattura femorale bilaterale, ed è certo e pacifico che non fu effettuato alcun accertamento per diagnosticarla, nonostante la potenzialità lesiva delle due cadute a carico degli arti inferiori. Da un lato ne risulta provato il nesso causale fra l'omissione e le successive conseguenze (il vizio di consolidazione e la pseudartrosi), dall'altro il fatto colposo dei sanitari appare parimenti dimostrato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Una “svista” che a distanza di oltre 13 anni dal ricovero presenta il conto all’Azienda ospedaliera: 362mila euro.
È l’importo che l’ospedale è stato condannato a pagare alla moglie e alle due figlie di un professionista pisano, deceduto nel 2013 a 58 anni, che dal 2004, anche per le patologie che niente avevano a che vedere con le fratture non diagnosticate, ha avuto gravi problemi di salute culminate nel 2007 con l’amputazione degli arti inferiori.
Lo ha deciso il giudice del Tribunale civile, Marco Viani, nella causa iniziata dallo stesso paziente e poi portata avanti dagli eredi assistiti dall’avvocato Andrea Senese.
Il calvario, aggiuntivo a quello già sopportato per patologie serie, inizia nell’aprile 2004. L’uomo sviene in casa e cade.
Si frattura un femore, ma non lo sa. Lo capirà un anno dopo. Viene ricoverato e dopo due giorni, visto che nessuno gli aveva vietato di muoversi in modo autonomo ignorando la rottura del collo del femore, si alza per andare in bagno.
Cade di nuovo. Quando nel 2011 decide di fare causa all’ospedale tra gli argomenti a sostegno della richiesta danni contesta «il ritardo diagnostico l'esecuzione di un esame obiettivo frettoloso e lo scarso orientamento diagnostico, senza radiografia del bacino».
Secondo i consulenti nominati dal Tribunale «la mancata correzione della frattura femorale ha, in modo pressoché certo, favorito il processo di non guarigione dell'ulcera perché ha condizionato il decubito obbligato: pertanto il ritardo diagnostico ha, al di là di ogni ragionevole dubbio, concorso nel determinismo dell'amputazione, concausandola nella misura del 50 per cento». E, ancora. La Aoup avrebbe dovuto svolgere esami approfonditi per verificare la presenza di fratture a livello degli arti inferiori».
La sentenza sottolinea che la mancata diagnosi è un fatto accertato. Anche perché l’ospedale non disponendo delle radiografie non ha potuto neanche contestare con riscontri oggettivi (lo ha fatto nel corso della causa, ma in assenza di lastre), l’esistenza pregressa di vecchie fratture prima di quelle “ignorate” a livello diagnostico.
Il giudice chiarisce che è accertato «al momento del ricovero, il paziente già presentava la frattura femorale bilaterale, ed è certo e pacifico che non fu effettuato alcun accertamento per diagnosticarla, nonostante la potenzialità lesiva delle due cadute a carico degli arti inferiori. Da un lato ne risulta provato il nesso causale fra l'omissione e le successive conseguenze (il vizio di consolidazione e la pseudartrosi), dall'altro il fatto colposo dei sanitari appare parimenti dimostrato».
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