La manifestazione
La ricerca a Pisa è morta impiccata
di Danilo Renzullo
Vistosa contestazione e qualche parapiglia intorno al Sant’Anna
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PISA. Cortei, presidi e decine di manichini-ricercatori “impiccati” agli alberi di piazza Santa Caterina per rappresentare la morte della ricerca. Le tensioni si sono eclissate qualche minuto dopo la partenza del corteo da piazza dei Cavalieri. Spintoni e qualche manganellata. Con un faccia a faccia che si è ripetuto più volte tra un gruppo di circa trenta studenti medi e l’imponente schieramento di polizia e carabinieri in assetto antisommossa che ha circondato piazza Santa Caterina, “occupata” dal presidio dei ricercatori precari del Cnr che al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli avrebbero voluto rivendicare il diritto alla stabilizzazione. Il ristretto gruppo di studenti, che ha tentato di arrivare all’ingresso della Scuola per contestare il «ministro dell’istruzione senza laurea», ha vagato per oltre un’ora intorno alla piazza per cercare un varco d’ingresso libero. Una sorta di girotondo della protesta che a più riprese si è fermato davanti ai cordoni delle forze dell’ordine. Il primo tentativo, all’incrocio tra via Carducci e via San Lorenzo, è culminato in un breve parapiglia, che si è ripetuto pochi minuti dopo in via Fucini, quando agli studenti è stato sequestrato (e poi restituito) anche uno striscione sul quale erano impresse le ragioni di una protesta andata in scena soprattutto contro il sistema dell’alternanza scuola-lavoro introdotto dalla cosiddetta legge Buona scuola del governo Renzi. Un sistema che secondo gli studenti non solo non assicura un’adeguata formazione in vista dell’entrata nel mondo del lavoro, ma che rischia di trasformarsi in uno «sfruttamento di manodopera gratuita». Rivendicazioni che gli studenti avrebbero voluto urlare al ministro dell’Istruzione, il cui ingresso nella Scuola di piazza Santa Caterina è stato accompagnato dai fischi e dagli slogan scanditi dalle decine di precari del Cnr riuniti in presidio (insieme ad una delegazione di migranti, dell’Unione sindacale di base e delle organizzazioni che aderiscono alla piattaforma sociale eurostop) per rivendicare il «diritto» alla stabilizzazione. Un sogno, per tanti diventato ormai utopico, che il personale precario dell’Area della ricerca di San Cataldo sta cercando di realizzare con una mobilitazione che va avanti da mesi. E che proseguirà fino all’approvazione della legge di stabilità. Per molti l’ultima opportunità di firmare un contratto a tempo indeterminato dopo decine di anni di precariato. Dopo quasi quaranta giorni di occupazione di un’aula del centro di ricerca di via Moruzzi, ieri i “precari di Stato” sono tornati in piazza. Con l’obiettivo di consegnare una lettera al presidente della Repubblica e discutere col ministro di un piano di assunzioni che rischia di rimanere monco. Fischi per il ministro, fischi anche per il sindaco Marco Filippeschi. “Accusato” di aver solidarizzato con i precari, ma di non aver concretizzato le loro ragioni. O almeno, di non aver fatto tutto il possibile. Eppure attraverso un percorso portato avanti anche con il primo cittadino, i precari erano riusciti a far presentare un emendamento alla legge per la graduale assunzione di tutti gli 8.800 precari degli istituti di ricerca pubblici. In Senato è invece passata la proposta di assunzione per circa 2.000 tra ricercatori e tecnologi precari, ma con un cofinanziamento del 50% a carico degli enti di ricerca. «Proposta che taglia fuori la maggior parte dei lavoratori e che, di fatto, non concretizza ciò che prevede il decreto Madia, che sottolinea la piaga del precariato di Stato», accusano i rappresentanti dell’Usb e i precari riuniti davanti a decine di manichini impiccati e insanguinati per rappresentare la morte della ricerca italiana. Le cui speranze sono adesso racchiuse negli emendamenti alla legge che verranno presentati alla Camera e alla discussione che dal prossimo 5 dicembre sarà inaugurata a Palazzo Montecitorio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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