Il Tirreno

Pisa

Falsificava i referti, ex infermiera condannata a risarcire

Pietro Barghigiani
Falsificava i referti, ex infermiera condannata a risarcire

Ex infermiera invertiva gli esiti a danno dei pazienti: deve versare 227mila euro all’Asl Nord Ovest

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PISA. Un danno evidente per aver costretto l’Asl a risarcire i pazienti. Ma anche il tempo impiegato per convocare di nuovo i pazienti, ripetere gli esami e ricostruire nel dedalo dei certificati artefatti percorsi individuali di chi pensava di essere sano e in realtà doveva sottoporsi a ulteriori accertamenti.

Una bomba sanitaria innescata nel momento in cui l’infermiera aveva falsificato i referti medici scrivendo negativo al posto di positivo sull’esito degli screening oncologici al colon e all’utero. Un gesto che privava i pazienti di un alert necessario per approfondire l’eventuale presenza di tumori. Motivo? Per evitare le lungaggini di dover ricontattare le persone e fissare nuovi appuntamenti.

Se a livello penale la storia si è conclusa con la condanna (scontata) a 4 anni per falso materiale commesso da pubblico ufficiale dell’ormai ex infermiera Susanna Fiorini, a tradurre in un danno erariale il comportamento della donna ci ha pensato la Corte dei conti che l’ha condannata a risarcire con 227mila euro l’Azienda Usl Toscana Nord Ovest, sede legale a Pisa. Alla 56enne livornese, all’epoca dei fatti dipendente dell’Asl 6 e in servizio al Centro oncologico di riferimento per l’assistenza territoriale (Corat), i giudici contabili contestano una serie di costi che arrivano al conto finale: 22.405 euro per danno da disservizio come spesa per la ripetizione delle analisi; 179.697 euro come risarcimento dell’azienda ai pazienti; 10.480 euro per la ripetizione dei pap-test; 3mila euro per l’attività svolta di reperimento atti nelle fasi processuali penali; 1.408 euro per il monte ore lavorate dall’ufficio legale per la predisposizione degli atti; 10mila euro per indebita retribuzione.

Oltre 500 gli esami falsati di pazienti livornesi e anche pisani residenti sul litorale. Tutto nacque dalla scoperta casuale nel luglio 2008 in una fotocopiatrice di un referto medico del colon retto con il risultato dello screening operato sulle feci con esito negativo, apposto sopra un altro analogo referto. Una presenza che «suscitò perplessità nell’operatrice che decise di verificare la fondatezza del riscontro consultando la banca dati del laboratorio d’analisi – scrivono i giudici –. L’operazione dette un esito diametralmente opposto, atteso che il soggetto esaminato (le feci del soggetto) avevano dato esito positivo». Il controllo incrociato sulle analisi del colon retto per il periodo 2006-2008 lasciò di sasso i sanitari. E gettò nell’angoscia i pazienti. Saltarono fuori 358 casi di alterazione dei referti, trasformati da positivi in negativi. L’accertamento, per lo stesso periodo, venne esteso anche ai referti relativi al tumore della cervice uterina: 152 i casi di contraffazione. Non solo. Diciotto persone seppero a distanza di tempo di avere un tumore diagnosticato in ritardo a causa degli esami camuffati. Convinti di essere sani e all’improvviso costretti a confrontarsi con la malattia che solo a pronunciarne il nome si evocano calvari spesso con epiloghi luttuosi. Gli investigatori si convinsero anche del movente che aveva spinto Susanna Fiorini a compiere quelle contraffazioni. Quale era il vantaggio per l’infermiera? «La trasformazione del referto, da positivo a negativo, faceva venir meno una serie di incombenze procedurali successive, quali la convocazione dell’interessato/a, stabilire con costoro i conseguenti successivi passaggi, ulteriori esami e altro ancora» si legge nella sentenza a carico della manipolatrice di referti.

La Corte dei conti ha respinto, infine, la richiesta della Procura di 100mila euro per il danno alla fede pubblica.

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