Il Tirreno

Pisa

Una cellula Isis sotto la Torre

di Mario Neri
I controlli dei militari alla Torre; nei riquadri, dall'alto in basso: Nafaa Afli, Bilel Chihaoui, Wael Labidi
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I controlli dei militari alla Torre; nei riquadri, dall'alto in basso: Nafaa Afli, Bilel Chihaoui, Wael Labidi

L’indagine partita da Torino: in 5 sotto accusa. Due sono a Pisa ma non possono finire in carcere a causa di un cortocircuito giudiziario. I foreign fighters partiti dalla Toscana, i post degli amici per celebrarli, il cous cous portato alla moschea per festeggiarne il martirio: ecco le tracce lasciate dai tunisini

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PISA. «Se andassimo a farci martiri in Siria sarebbe meglio, io colpisco, sparo, giuro! Li distruggo i nemici di Daesh». Altro che abbrutirsi in una stanza di un hotel a due passi dalla Torre, in via Roma, davanti alle immagini delle milizie. Marwen Ben Saad era pronto al salto di qualità, quasi deciso a immolarsi per il Califfato. Si era stufato dei post inneggianti alla jihad, dei “mi piace” con cui lui e gli amici omaggiavano i fratelli caduti nei campi della Siria. Loro, al contrario di lui e i ragazzi del gruppo rimasti in città, avevano dato l'addio alla doppia vita, divisa fra le piazze della movida e dello spaccio pisano e la propaganda integralista con cui gonfiare di odio il web. Wael Labidi e Kahaled Zeddini, come loro erano approdati qui, ma si erano fatti «martiri», foreign fighters. E adesso incitava i compagni imbambolati di fronte ai video degli scontri fra l’esercito tunisino e i commando dell’Isis a fare lo stesso.

LA CELLULA
Le cimici del Ros dei carabinieri lo registrano mentre grida «viva lo Stato islamico, via la Tunisia» la sera del 7 marzo 2016. Marwen oggi è agli arresti domiciliari in un appartamento di Pisanova: la pena per una condanna per droga arrivata per lui e altri due tunisini, Nafaa Afli e Bilel Mejri, a inizio ottobre. La procura di Torino li vorrebbe in prigione insieme a Bilel Tebini, oggi libero di scorrazzare fra la Mole e l’hinterland torinese. Li considera gli ultimi membri di una cellula terroristica impiantata in città da tre anni. Un gruppo di sette «radicalizzati» di cui fanno (e facevano) parte giovani tunisini fra i 25 e i 29 anni che aveva eletto la nostra città come covo.

IL BUG DELLA LEGGE
Chiusa a giugno scorso, l’inchiesta Taliban coordinata dal Ros dei carabinieri e dal pm Andrea Padalino ha subìto una svolta il 10 novembre. Il tribunale del Riesame ha convalidato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per cinque tunisini accusati di essere «un’associazione terroristica collegata allo Stato Islamico» ribaltando la valutazione del gip. Fra i destinatari della misura c’è anche Bilel Chihaoui, espulso dall’Italia ad agosto 2016 e braccato dai militari nella boscaglia del Biscottino, a Cascina, poche ore dopo aver postato il suo epitaffio su Facebook. «Sarò martire a Pisa», scrisse annunciando il suo martirio da un appartamento di via Livornese. Nessuna richiesta di arresto per Wael e Khaled, i due "leoni" celebrati in chat proprio da Bilel un anno e mezzo fa su Facebook. Semplicemente entrambi sono già morti sotto le insegne nere dell’Isis. Ecco, quell’ordine d’arresto per ora è congelato. La legge prevede che per renderlo esecutivo si debbano dare 10 giorni ai suoi destinatari per il ricorso in Cassazione. Risultato: oggi a Pisa soggiornano ai domiciliari due sospetti jihadisti. Mejri sconta la sua pena in un alloggio a San Marco, mentre Nafaa è a Varese. Ma cosa ha convinto gli investigatori torinesi a far scattare l’allarme?

IL LEGAME CON AL QAEDA
Non sono solo i post inneggianti alla jihad, l’ascolto ripetitivo degli haith (i canti di guerra), gli “I like” alle foto dei miliziani in Siria a alzare le antenne dell’antiterrorismo torinese. Alcune intercettazioni documentano la militanza di Mejri, e almeno uno fra Ben Saad e Nafli, ad Ansar al Sharia, una milizia tunisina che ha svolto un ruolo di supporto logistico per Al Qaeda e adesso è diventata una costola dell’Isis nel Maghreb. È il 2 marzo 2016, e Ben Saad e Mejri ricordano al telefono la partecipazione a un comizio di Abu Ayab nel loro quartiere. Ayab è un jihadista tunisino ucciso da un bombardamento Usa, ma proprio in quell’occasione - rammentano al telefono i due - ricevette un messaggio audio da Al Zawairi, braccio destro di Bin Laden. Nella telefonata poi i due discutono di diversi arresti che hanno appena colpito alcuni «fratelli, dei tosti, dei duri» appartenenti a Daesh nel quartiere. «Colpa degli spioni, figli di putt... - dice Mejri a Ben Saad - l’antiterrorismo non gli dà tregua, le sue unghie, Dio ce ne scampi, gliele tireranno con le pinze».

LA DOPPIA VITA
I sette arrivano in Italia fra il 2011 e il 2013, “profughi” della Primavera araba. Tutti con lo stesso metodo. Atterrano con in tasca libretti universitari tunisini falsi. Servono a iscriversi all’ateneo di Torino e ad ottenere così il permesso di soggiorno. Corso di studi, Lingue, ma nessuno sostiene esami, eppure qualcuno riesce perfino ad ottenere una borsa di studio. La loro, scrivono i giudici nella misura, è una «doppia vita». Restano in contatto con le famiglie di origine, ma di nascosto spacciano e riempiono il web di tracce e messaggi violenti. Ad indottrinarli, sono convinti gli investigatori, un reclutatore che vive a Rivalta, periferia arrabbiata di Torino. Una Molembeek italiana, sospetta l’intelligence. Quella dei cani sciolti, sbandati, sballottati fra i bagordi di una vita stonata dalla droga fra Torino e Pisa, diventa un’immagine comoda per non dare nell’occhio e una strada sicura verso il martirio. Proprio lì, ad esempio, Bilel, Wael e Khaled si sarebbero addestrati a sparare.

FACEBOOK E LA JIHAD
L’esistenza balorda e randagia alla luce del sole era la chiave per vivere nell’ombra e morirci. I carabinieri lo scoprono soprattutto monitorando i profili Facebook dei tunisini, quasi sempre mascherati da alias ma anche attraverso le intercettazioni ambientali. Così si sa che “Marwen Marwen” ama condividere foto di equipaggiamenti e armi imbracciati dai miliziani dell’Isis. Che Khaled muore in combattimento a maggio 2015. La sua vicina di casa posta la sua foto che lo ritrae di spalle mentre guarda una vallata, e subito il profilo si riempie di elogi funebri. Ci sono i “mi piace” di Marwen e di Chihaoui. Lo stesso che in un commento a un post di Wael del 16 aprile 2015 gli aveva scritto «Mi manchi» ricevendo questa risposta: «Il nostro punto di incontro sarà lo Stato oppure il Paradiso se Dio vuole». Ma scandagliando i profili social si scopre anche che il 21 febbraio 2015 Zeddini e Labidi postarono una foto che li ritraeva su un volo della Turkish Airlines diretto in Turchia. Il biglietto di sola andata da Malpensa per l’orrore di Daesh era stato acquistato in una agenzia di viaggi in via Benedetto Croce. Sì, prima di diventare martiri avevano infoltito anche loro le bande di pusher di piazza delle Vettovaglie.

IL COUS COUS DEI MARTIRI
Le basi, anche di chi è rimasto, del resto sono sempre state qui. Da Pisa ad esempio Afli e Nizar Rezgui, anche quest'ultimo tunisino “amico” del gruppo, inviano i soldi utili a pagare un avvocato che faccia uscire di galera Chihaoui e Ben Saad. È il 23 agosto 2016. Bilel è stato espulso da quattro giorni, l’antiterrorismo lo bracca all’aeroporto a Tunisi e lui canta. Fa i nomi dei compagni, e quello di Marwen, rientrato in patria da poco. Così anche lui finisce dentro, ma il 29 agosto ne esce. Nizar sei giorni prima al telefono con un poliziotto amico, tale Maher, ottiene un trattamento di favore. «Quando va via e concludiamo la sua faccenda - dice al telefono Maher - io non voglio che poi la gente si lamenti con me». Ben Saad rientrerà in Italia. A Pisa, alla base. Continuerà ad orbitare su piazza delle Vettovaglie con Afli e Mejri. Facendo la spola fra l’hotel di via Roma e piazza Toniolo. Dove la cellula aveva scoperto di essere finita sotto la lente dell’intelligence. È l’8 marzo 2016, Afli e Mejri sono al telefono. Hanno appena ricevuto una chiamata da un certo Nejemeddine, un gancio torinese. «Stanno seguendo Marwen, vogliono tirare in ballo i loro amici. E siamo noi no?». I carabinieri lo hanno visto portare cous cous un anno prima alla moschea, quando abitava in piazza Toniolo, a poche ore dalla morte di Wael. Gli investigatori ne sono convinti: è «un’usanza diffusa nell’Isis per festeggiare i martiri», tant'è che «a Raqqa, la capitale dell'autoproclamato Stato Islamico, furono distribuiti dolci e cibo alla gente scesa in strada dopo la strage del Bataclan».

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